Imparare a pensare da cittadini: la lezione francese passa dalla filosofia
L’intervista Emanuele Maffi insegna all’Università Statale di Milano Storia della filosofia antica. A partire dall’esperienza delle scuole francesi, commenta il ruolo della filosofia nella scuola italiana
Lettura 4 min.Abbiamo il controllo delle nostre parole? Possiamo essere felici quando gli altri non lo sono? Immaginiamo di rispondere a queste domande: siamo in grado? Anzi, facciamo un esercizio ancora più complesso: immaginiamo di rispondere a queste domande a diciannove anni, sul finire del percorso di scuola superiore: avremmo gli strumenti per affrontare quesiti così complessi eppure capaci di toccare dilemmi della nostra quotidianità? Si potrebbe chiedere un parere al riguardo agli studenti francesi, maturandi e maturati, che ogni anno affrontano la prova scritta di filosofia regolarmente prevista nel baccalauréat. Così è chiamato l’esame di maturità in Francia, che comprende anche una prova scritta e orale di lingua, un orale e due prove specifiche a seconda dell’indirizzo. Ma la vera protagonista è la prova scritta di filosofia, considerata pilastro fondamentale dell’istruzione e della cultura francese. È l’esperienza scolastica nazionale per eccellenza, portatrice di un significato civico non indifferente. Eppure, è anche quella con le valutazioni più basse. Anche in Italia l’esame di maturità ha un fortissimo valore simbolico, che prescinde dalle frequenti riforme a cui è sottoposto. Paragonando la Francia e il nostro Paese, in dialogo con Emanuele Maffi, docente di Storia della filosofia antica della Statale di Milano, una riflessione sull’impostazione dell’esame di maturità e sull’insegnamento della filosofia.
Qual è il valore che in Francia viene attribuito alla prova di filosofia?
La prova scritta di filosofia in Francia è come una norma per gli studenti del liceo ad indirizzo generico e scientifico-tecnologico. È una consuetudine molto forte, una sorta di rito di iniziazione. Quest’anno il ministro dell’istruzione Édouard Geffray ha dichiarato che la prova di filosofia dice tutto di chi sono i cittadini francesi e di un Paese che ha posto al centro dell’istruzione il dibattito e il pensiero critico.
Cosa emerge secondo lei dal paragone con l’Italia?
In Francia il liceo dura tre anni e la filosofia si studia obbligatoriamente all’ultimo e facoltativamente al penultimo attraverso un modello misto, storico e tematico, cioè procedendo cronologicamente a partire dai primi pensatori e problematizzando alcune questioni di senso. Sono convinto del fatto che l’esame di Stato in qualsiasi sua forma non possa essere semplicemente una replica ampliata di un’interrogazione scolastica, dunque il vantaggio della prova francese è che spinge lo studente a cimentarsi con qualcosa di nuovo. Tuttavia mi chiedo se lo sviluppo della capacità di riflettere criticamente e creativamente, propria di ogni studente “maturo”, possa essere favorito attraverso un insegnamento a tratti sacrificato. Un triennio come quello italiano è un tempo necessario per poter apprendere realmente attraverso un approccio storico-tematico che unisca un retroterra cronologico alla trattazione di concetti fondamentali. Bisognerebbe evitare di limitarsi ad una semplice ripetizione di ciò che ogni autore dice, così come bisognerebbe evitare che i temi siano affrontati senza le necessarie linee guida.
Cosa ne pensa di come viene insegnata la filosofia in Italia?
Nel contesto italiano l’ultimo anno può essere decisivo per quanto riguarda la discussione e la problematizzazione di alcuni temi poiché l’insegnante può contare su una base disciplinare più consistente. Bisogna però liberarsi dalla tirannia del programma, che non significa fare il minimo numero di autori ma selezionarne alcuni nel vastissimo insieme di possibilità preferendo un percorso coerente ad un elenco di autori scollegati.
È fondamentale affrontare i grandi classici: se si vuole formare uno spirito critico bisogna insegnare ad immedesimarsi con gli autori, con i loro metodi e con il loro approccio, oltre che con i contenuti che propongono. La filosofia è sempre stata critica verso sé stessa, forse il miglior modo per insegnare a problematizzare è spiegare come l’ha fatto qualcuno più bravo di noi.
Quale ruolo ha l’insegnante in questo percorso?
Il compito di noi docenti è cercare di rendere attuali le questioni filosofiche, restituendo la materia in modo che possa essere affascinante per il presente, ripetere per il gusto di ripetere ha poco senso. Più gli insegnanti riescono ad avvicinare i temi agli studenti più è facile che in loro si sviluppi uno spirito critico e creativo.
Il ministro Geffray ha sottolineato la rilevanza civica della prova di filosofia in Francia, lei cosa direbbe della materia di educazione civica in Italia?
L’idea dell’educazione civica è potenzialmente efficace ed effettivamente la prova di filosofia in Francia è molto sentita anche per una specifica importanza in questo senso. L’educazione civica si fonda sull’unione tra percorso storico e problematizzazione tematica al fine di sviluppare una coscienza critica.
Purtroppo in Italia è una materia di tutti e di nessuno: le indicazioni nazionali si concentrano su un’organizzazione più logistica che lascia ai docenti un’ampia libertà, non sempre costruttiva. Se è vero che una coscienza critica si può far fiorire anche facendo bene la propria materia, è altrettanto vero che l’educazione civica ha un’enorme potenzialità, ad oggi ancora inespressa.
Esporterebbe il modello francese in Italia o cambierebbe qualcosa della nostra maturità?
Non so se in Italia sia possibile implementare un’impostazione filofrancese, ma la prima prova scritta italiana potrebbe avvicinarvisi, se fossero ripensate le tracce e se l’educazione civica fosse valorizzata. Non introdurrei però uno scritto di filosofia. Rispetto a quello attuale, mi sembra più adeguato il modello di orale di qualche anno fa, che prevedeva la discussione dello studente a partire da un documento permettendogli di costruire un percorso tematico multidisciplinare spaziando tra le nozioni apprese.
Gli studenti italiani percepiscono lontana la filosofia?
C’è un dato che mi sorprende positivamente: in Italia le matricole di filosofia sono tante, alcuni sentono la materia lontana ma evidentemente per altri non è così. Un approccio storicistico come il nostro tende a favorire la lontananza ma ci si deve concentrare sul modo in cui la filosofia viene insegnata, considerando anche che nell’età scolastica la conoscenza ha una componente affettiva: a seconda di come il docente sa proporre la sua materia, riesce a suscitare l’interesse degli studenti. La filosofia non deve essere presentata come un’asettica carrellata di pensieri: la profondità e la complessità delle questioni che hanno sempre attraversato l’animo umano e la capacità dell’uomo di riflettere su sé stesso e su ciò che lo circonda devono essere prese molto sul serio. È molto importante tornare a leggere direttamente i testi, perché non si senta lontana la filosofia occorre un mediatore preparato, l’insegnante.
Se avesse dovuto svolgere la prova scritta di filosofia della maturità francese di quest’anno, quale traccia avrebbe scelto?
Penso che avrei optato per “Abbiamo il controllo delle nostre parole?”. Credo che l’uso di ogni parola veicoli molto di più che un semplice suono della voce o un’informazione. Se un linguaggio o un tono è di un certo tipo, allora innescherà di conseguenza determinate dinamiche. Penso che anche in questo i grandi classici ci dimostrino la loro insostituibilità: leggere certi autori significa esercitare la nostra capacità di comprensione delle sfumature emotive che esprimono attraverso la parola.
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