“Io sono un pittore”, Kounellis scrive la vita

La mostra La Collezione Olgiati di Lugano celebra un protagonista dell’Arte Povera e poeta della materia. L’artista in una prospettiva diversa e provocatoria, tra presenza e assenza. Esposte 35 opere e installazioni

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Un pittore che scrive la vita fuori da ogni schema tradizionale, tra presenza e assenza. Il legame tra l’artista e il mecenate che colleziona opere d’arte, i cappotti di Gogol, la vita e le anime morte. Settemila bicchierini di grappa e la poesia della materia. La vita reale riserva sempre mille sorprese e intreccia storie con una fantasia che supera ogni umana immaginazione. E la presentazione della mostra dedicata a Jannis Kounellis (“Io sono un pittore”) alla Collezione Giancarlo e Danna Olgiati di Lugano è stata anche questo, con il ricordo - pure non convenzionale - della recentissima scomparsa del grande collezionista ticinese, morto il 21 agosto all’età di 88 anni.

«Giancarlo - ha esordito la moglie Danna, che ha costruito con lui un’importantissima collezione d’arte italiana in terra ticinese - amava Kounellis in modo particolare e ha fortemente voluto questa mostra».

Poi ha raccontato un doloroso aneddoto: «Durante l’allestimento si è fermato con emozione di fronte all’opera dei cappotti. “Vedi anche tu quello che vedo io’?”, mi ha chiesto. Quindi ha aggiunto: “Sono le anime morte di Gogol”». Per poi concludere, nascondendo a fatica l’emozione: «L’unica cosa che mi rincuora è che Giancarlo l’abbia vista finita. Ed era davvero felice».

«Una storia nuova»

Questa mostra, visitabile gratuitamente fino al 17 gennaio, ha tanti protagonisti e altrettante presenze-assenze. Ma al centro di tutto, ovviamente, c’è Jannis Kounellis (Pireo 1936-Roma 2017): greco per nascita, ma artista italiano a tutti gli effetti.

«Tale sono e tale mi considero da sempre», amava dire quest’uomo, che ha trascorso tre quarti della vita nel Belpaese e resta una delle figure centrali dell’arte italiana ed europea del secondo ’900. Il progetto espositivo, curato da Vincenzo de Bellis, ha l’ambizione di narrare una «storia nuova», come ha dichiarato la direttrice del Masi, Letizia Ragaglia. Infatti assume per la prima volta in modo sistematico e programmatico «la pittura come principale chiave interpretativa dell’opera di Kounellis» e propone «una prospettiva critica alternativa, più ampia e radicale», rispetto alla semplice percezione dell’artista come «uno dei protagonisti dell’Arte Povera o maestro dell’installazione e poeta della materia», come spesso è stato celebrato.

«Punto di partenza e filo conduttore della mostra - ha spiegato il curatore de Bellis - è una frase semplice, spesso ripetuta da Kounellis, “Io sono un pittore”: non la rivendicazione di una tecnica o di un formato, ma la dichiarazione di una postura nei confronti del reale». Il termine greco “zogràphos” - cioè pittore, colui che “scrive la vita”- ha orientato l’intero progetto curatoriale. «Kounellis - ha aggiunto de Bellis, direttore di Art Basel e, prima, di Miart a Milano - ha dipinto sulla tela in modo convenzionale solo per pochi anni della sua traiettoria artistica e poi, per tutta la vita, ha dipinto con ferro, carbone, fuoco, sacchi di juta e il profumo del caffè. Ha dipinto con lo spazio, con il silenzio, con la memoria di una civiltà mediterranea che sentiva minacciata». Eppure nessuna mostra aveva ancora assunto la pittura come lente interpretativa principale del suo lavoro.

Il percorso negli spazi della Collezione Olgiati riunisce oltre 35 opere di Kounellis, dalla fine degli anni ’50 fino al 2014, inclusi alcuni lavori raramente esposti o inediti, come “Senza titolo” (Omaggio a Van Gogh) del 1991 - definito da de Bellis «il più importante esposto» - e la “Rosa nera su carta con fondo spray argentato” del 1966, presentata a Lugano per la prima volta. La narrazione non segue un ordine cronologico, ma è costruita per temi - la pittura come linguaggio; la pittura come materia e peso; la pittura come memoria e silenzio; la pittura come scena e icona - che, come «campi di forza comunicanti», sono attraversati da persistenze e dialoghi tra opere lontane nel tempo, ma profondamente vicine nel pensiero. «Nella mostra ricorre inoltre - ha spiegato il curatore - un rapporto con la pittura profondamente relazionale, nutrito da conversazioni visive con i grandi maestri della storia dell’arte: da Van Gogh a Malevič, da Mondrian a James Ensor fino a Hans Arp, in una dichiarata appartenenza a una tradizione che Kounellis non voleva abbandonare, ma continuare a trasformare». Attraverso le diverse sezioni tematiche, che abbracciano l’intero arco della carriera dell’artista, emerge così come «le ossessioni di Kounellis non si siano mai chiuse in un periodo stilistico, ma abbiano continuato a risuonare e a interrogarci».

I cappotti, le anime e Gogol

Nell’ultima sezione (“La pittura come scena e icona”), in particolare, lo spazio espositivo «è trasformato - come ha chiarito de Bellis durante la visita guidata - in un palco sospeso e le opere si presentano non come quadri da guardare, ma presenze che interrogano». Cappotti - quegli stessi cappotti che hanno richiamato a Olgiati ”Le anime morte” di Gogol - e cerchi di sedie evocano la presenza-assenza dell’artista, mentre nell’installazione del 1988 l’odore di grappa contenuto nei 7.100 bicchieri che formano l’opera avvolge il visitatore prima ancora che il suo sguardo si sia posato sulla composizione. Attraversando queste sale l’opera e la pittura di Kounellis si rivelano così in tutta la loro ampiezza. «Non una tecnica - ha concluso il curatore - ma un modo di stare al mondo. E pittura nel senso più radicale: una pittura che ha rinunciato a restare ferma». Per scrivere la vita.

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