(Foto di instagram/@ballerinafarm)
Il libro “Yesteryear” narra la vita di una delle tante americane che online si idealizzano come “mogli tradizionali”. Nostalgiche di un tempo in cui toccava loro solo la cura di casa e famiglia, sarebbero felici di risvegliarsi nel 1855?
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«Ho diciannove anni, sono sposata, non ho una laurea, non ho un lavoro e non lo sto cercando. Mi sono fidanzata a diciotto anni, sposata a diciannove. Lui ha dieci anni più di me e ci siamo frequentati per sei settimane prima di fidanzarci. Sono esattamente dove voglio essere». A parlare è una giovane donna in uno dei video più virali di Instagram e TikTok delle ultime settimane. È una “tradwife” - abbreviazione dall’inglese di traditional wife - ossia una giovane donna che promuove uno stile di vita tradizionale e un modello di femminilità legato ai valori del passato.
Il fenomeno delle “tradwife” è esploso negli ultimi tempi sulle piattaforme social, portando alla nascita di influencer che raccolgono un numero enorme di follower pubblicando contenuti dall’estetica domestica ipercurata e “cottagecore” (movimento estetico che celebra una vita semplice, idealizzata e a contatto con la natura), in cui si mostrano intente a prendersi cura della casa, della cucina e della famiglia senza alcuna fatica apparente. Spesso queste influencer condividono un background cristiano oltre a un forte scetticismo nei confronti delle istanze femministe. Le loro cucine sono immacolate e le loro giornate scandite dallo svolgimento delle incombenze quotidiane e – anche se cercano di farlo passare inosservato – dalla creazione di contenuti. Propongono un’immagine idilliaca del lavoro domestico in uno spaccato attentamente editato e offrono percorsi formativi a pagamento su ruoli domestici, matrimonio e femminilità. Ciò che rende il fenomeno “tradwife” tanto attraente oggi non è soltanto la sua vicinanza a ideologie politiche di destra quanto la promessa che la rinuncia alla complessità del presente possa offrire una forma di agognato sollievo e sicurezza altrimenti irraggiungibili.
È proprio da questa tensione tra rappresentazione e realtà che prende avvio “Yesteryear”, romanzo d’esordio di Caro Claire Burke (in uscita nel 2027 in traduzione italiana per Neri Pozza) che, dopo aver scalato in poche settimane la classifica del New York Times, è diventato un caso editoriale talmente imponente negli Stati Uniti da convincere l’attrice premio Oscar Anne Hathaway a adattarlo per il grande schermo, riservandosi anche il ruolo da protagonista.
Si tratta di uno dei primi tentativi di decostruire il fenomeno “tradwife” partendo da un semplice “what if?”. Natalie Heller Mills vive con il marito e i loro cinque figli (il sesto è in arrivo) in una fattoria dell’Idaho, dove coltiva verdure biologiche e ha milioni di follower online a cui vende una versione idealizzata della propria vita. Tutto procede come sempre se non fosse che una mattina Natalie si risveglia sempre nel suo ranch, ma nel 1855, costretta a vivere una vita molto più tradizionale e assai meno “aesthetic” di quella che racconta online.
Sebbene il libro abbia un’impronta satirica forte e una premessa narrativa geniale, è stato più volte criticato perché, dopo un avvio brillante, sembra perdere progressivamente forza e incisività.
Pur non essendo un romanzo perfettamente riuscito, “Yesteryear” ha il merito di provare a cristallizzare un fenomeno contemporaneo mentre è ancora in corso. Un tentativo raro in letteratura per due ragioni: la prima è la difficoltà di trasformare in parole ciò che stiamo ancora attraversando; la seconda è la tendenza della letteratura, soprattutto italiana, a considerare ancora marginale la presenza ormai totalizzante di internet nelle vite delle persone.
È senza dubbio esagerato definirlo una testimonianza storica ma se tra qualche anno vorremo capire come i social hanno plasmato l’immaginario collettivo dei ruoli di genere e della quotidianità domestica negli anni Venti del Duemila, è probabile che libri come questo saranno un buon punto di partenza.
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