Le infinite nuove vite dell’epica omerica
Riletture. Da Joyce ad Atwood e poi Baricco, il mito di Odisseo è da sempre rivisitato e per qualcuno perfino tradito. Lo si è pensato anche del nuovo film di Nolan. Ma ogni generazione, spiega Calvino, plasma a proprio modo i classici
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Ogni generazione sente il bisogno di raccontare di nuovo le grandi storie del passato. Cambiano i protagonisti, il punto di vista, il linguaggio e perfino il finale, ma l’intreccio continua a esercitare il suo fascino.
È il caso della riscrittura dei grandi classici, che vengono rivisti in chiave nuova fino a generare un’opera autonoma, capace di interagire con il testo originale senza rinunciare a una propria identità e unicità come accaduto nella rivisitazione cinematografia dell’Odissea di Christopher Nolan, uscita nelle sale il 16 luglio e da allora al centro del dibattito culturale. Molti hanno criticato le scelte del regista britannico considerandole “tradimenti” dell’opera originale.
Continue connessioni
La domanda che accompagna questo tipolo di operazioni narrative è sempre la stessa: rivisitare un’opera significa tradirla oppure mantenerla viva? La letteratura sembra suggerire che le due cose non siano necessariamente in contrasto. Un classico continua a esistere proprio perché ogni epoca lo interroga con domande diverse, trovando significati che forse i lettori del passato non avevano nemmeno immaginato.
È l’idea espressa da Italo Calvino nel saggio “Perché leggere i classici”, in cui definisce il classico come «un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire». Non si tratta di un testo immobile, da conservare come un reperto intoccabile, ma di un’opera che continua a mutare e adattarsi al presente. Ogni nuova lettura, in questo senso, diventa già una forma di interpretazione e ogni riformulazione prova a rendere quel dialogo ancora più esplicito.
Ne deriva che il significato di un testo non è mai completamente chiuso, ma non è nemmeno illimitato: una riscrittura funziona quando riesce ad ampliare le possibilità del classico, non quando le sostituisce completamente. Il nuovo testo, insomma, deve continuare a creare connessioni con quello originario senza cancellarlo.
Inoltre, la rivisitazione di un classico non riguarda soltanto l’autore, ma anche il lettore. Come suggerisce Calvino, ogni incontro con un’opera può generare nuove scoperte: chi legge ha infatti modo di tornare su una storia nota, cogliere aspetti rimasti in ombra e attribuire significati diversi. La letteratura offre numerosi esempi di questo processo, in cui il rapporto con il modello originario assume forme diverse. James Joyce, per esempio, ha scritto “Ulisse”, trasformando l’epopea omerica nella cronaca di una sola giornata trascorsa per le strade di Dublino. L’eroe epico diventa Leopold Bloom, un uomo qualunque immerso nella quotidianità della città moderna. Eppure il modello epico-narrativo dell’”Odissea” viene trasformato, ma rimane riconoscibile: il viaggio non si compie più attraverso mari e terre sconosciute, ma negli spazi della Dublino contemporanea e della coscienza umana. Un’operazione analoga e al femminile è quella compiuta da Margaret Atwood con “Il canto di Penelope”. In questo caso il mito viene osservato con gli occhi di Penelope, figura rimasta per secoli ai margini del racconto. Atwood non modifica soltanto il punto di vista: mette in discussione il modo stesso in cui la tradizione ha costruito la memoria dei suoi personaggi, offrendo una nuova centralità a personaggi che nell’opera originale erano rimasti sullo sfondo.
Patrimonio culturale comune
Un’altra forma di rielaborazione è quella proposta da Alessandro Baricco con “Omero, Iliade”. Più che modificare la trama del poema, l’autore cambia la forma e la voce narrativa: restituisce l’epica con un linguaggio accessibile al lettore contemporaneo. L’obiettivo vuole essere quello di creare un nuovo modo di ascoltare le parole di Omero senza perdere la potenza del testo originale.
Ed è proprio questa la forza dei classici che in questi giorni molti stanno riscoprendo al cinema vedendo l’Odissea di Nolan: non quella di rimanere identici a sé stessi, ma di continuare a generare nuove storie e nuove interpretazioni.
Se un’opera può ancora essere riletta, discussa e perfino riscritta dopo secoli, significa che non appartiene soltanto al suo autore, ma è diventata patrimonio culturale comune. La riscrittura, allora, non è necessariamente un tradimento. Può essere, piuttosto, la prova che una grande storia non ha ancora smesso di parlare al presente.
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