Lo scienziato dietro la cometa di Halley
Narrativa “Il viaggiatore breve” di Serio è una biografia basata su frammenti scritti da altri, mentre dell’astronomo inglese resta poco e di certo non il suo diario di viaggio
Lettura 2 min.Di Edmund (o Edmond) Halley sappiamo tanto e poco. Poco perchè quello che avrebbe dovuto esserci, il suo diario di viaggio, non c’è più. E di scritti di sua mano c’è scarsa traccia: qualche poesia, due strani racconti su come immergersi nel Tamigi con uno scafandro da lui stesso inventato e su un’osservazione della Luna durata diciotto anni.
Il tanto deriva dal suo lavoro di astronomo, nell’Inghilterra tra Seicento e Settecento: le precisissime carte dei due emisferi, boreale ed australe; l’accurata ricostruzione dei campi magnetici terrestri. Soprattutto il tanto lo dobbiamo a chi ha scritto su di lui. Halley è circondato da scrittori. Il primo fu l’amico più caro, Silas Talbot, che gli dedica alcune pagine del suo diario. Poi è toccato ad un nome importante, John Aubrey, autore delle “Brief Lives”, in parte tradotte in italiano da uno scrittore irregolare come J.Rodolfo Wilcock in ”Vite brevi di uomini eminenti”. La lista prosegue. Perché a Greenwich, sede dell’osservatorio in cui Halley lavorava, conobbe il più grande scrittore inglese del secolo, Samuel Johnson: attraverso la sua biografia scritta dall’amico James Boswell, veniamo a conoscenza di dettagli della vita dell’astronomo. Con riflessi che si estendono fino a Giorgio Manganelli, autore di un commento alla vita di Johnson realizzata da Boswell.
Un uomo congelato in una frase
Il poco e il tanto, però, convivono con il breve. Gli studi di Halley – in campi diversi, non fu solo astronomo - sono “accenni”. Allo stesso modo, chi ha scritto su di lui gli ha dedicato ritratti fulminei. Il risultato è la sovrapposizione tra una rete di libri in silenziosa o aperta corrispondenza, il vuoto da cui la rete è circondata, e l’indubitabile grandezza di uno scienziato che è stato congelato nell’espressione la “cometa di Halley”.
Muovendosi attraverso questi indizi, Gennaro Serio ha scritto “Il viaggiatore breve” (L’orma editore), un romanzo che quel diario di viaggio mancante cerca di inseguire, o, come scrive, di evocare e di sostituire. Il risultato è una biografia, il genere nato proprio negli anni tra Seicento e Settecento in cui vive Halley. Ma non una biografia tradizionale. Di cosa si tratta? Serio ce lo spiega attraverso le parole di Johnson nel “Dizionario” del 1755: “Nello scrivere le vite degli uomini, ciò che si chiama biografia, alcuni autori collocano ogni cosa nell’ordine preciso del tempo in cui si è verificata”. Serio non è uno di questi autori.
Il viaggio di cui non rimane traccia scritta, effettuato sulla nave Paramour, apre e chiude la ricostruzione della biografia di Halley. Di mezzo troviamo una successione di altri passaggi: l’incendio di Londra del 1666, l’abbandono di Oxford, il fondamentale soggiorno a Sant’Elena in cui Halley osserva il cielo australe, l’incontro con il più importante astronomo dell’epoca, il polacco Hevelius, quello con lo zar Pietro il Grande con cui si ubriaca trascorrendo giornate di spericolate conversazioni, il matrimonio, la morte del padre divorato dai cani o assassinato nei boschi intorno a Londra, e soprattutto, la scoperta della cometa che avrà il suo nome, la sua ossessione, o, soprattutto, la sua prospettiva sulla vita che non avrà: è il destino degli osservatori, programmare quello che sanno di non poter mai vedere.
Scrivere biografie, ammette Serio, vuole dire “elezione del dettaglio deviante, dell’inezia accidentale”. Se “tutto convoglia in un racconto che genera l’illusione estetica di un disegno genealogico coerente”, c’è “una famiglia di sabotatori”, che cerca di “deviare i percorsi dei racconti”. Qui sta “Il viaggiatore breve”: nella svolta sistematica, nell’aprirsi alla risonanza. Per orientarsi, come sanno tutti i veri viaggiatori, bisogna perdersi.
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