L’Olimpo del rock accoglie i Joy Division
Un caso molto raro Nella Hall of fame la band di Manchester è stata inserita anche con il secondo nome: New Order. Per l’occasione è uscito “Eternal”, un cofanetto che racconta l’impatto dei loro concerti in quattordici cd e due dvd
Lettura 1 min.Una batteria martellante, implacabile, metronomica. Un basso che segue quel ritmo, ma dettando una figura melodica ripetitiva, quasi ipnotica, restando soprattutto sulle note più alte dello strumento. Una chitarra sferzante, che segnala la sua presenza disegnando una sorta di contrappunto, completando l’intreccio sonoro. Ed ecco una voce baritonale, cupa, apparentemente distaccata, capace, però, di improvvisi scatti. Poi c’era l’impatto visivo. Il batterista poteva tranquillamente essere il tizio che ti installa una cucina (e, in effetti, quello era proprio il suo lavoro), ma dietro ai tamburi si trasformava in un metronomo umano. Il bassista teneva lo strumento praticamente all’altezza delle ginocchia, tra le gambe aperte, anzi, spalancate, pizzicando ogni nota con enfasi teatrale.
Il chitarrista è il tuo compagno di classe secchione, ben pettinato, viene da pensare abbia tentato di imporre agli altri il suo look rigoroso (camicia bianca, cravatta sottile, pantaloni scuri), si concentra con lo strumento e, a tratti, dà l’impressione di non essere neppure sul palco, ma in un mondo privato dove ci sono solo lui, le sue mani, il plettro, le corde e il manico. E il cantante... Il cantante è alto, magro, i suoi occhi sono spalancati e guardano verso un punto misterioso tra il pubblico e l’infinito. Si aggrappa all’asta del microfono per declamare i suoi versi e quando arrivano gli stacchi strumentali si ritrae per eseguire una danza convulsa, perfino ridicola, fuori da quel contesto, ma in quel momento assolutamente coinvolgente, anche perché l’uomo, a tratti, sembra partire per la tangente. E, ogni tanto, purtroppo, accade veramente, più spesso prima ancora di andare in scena perché Ian Curtis, si chiama così quel frontman, soffre di attacchi epilettici. Stephen Morris, Peter Hook e Bernard Sumner lo vedono agitarsi con apprensione: non sanno quando è ballo, quando è teatro o quando si avvicina il “grande male”.
Questa era l’atmosfera dei concerti dei Joy Division, quartetto di Manchester partito dal nulla, autore nella sua breve vita di una manciata di singoli e ep e di due soli, ma epocali, album, “Unknown pleasures” e “Closer”, quest’ultimo pubblicato due mesi dopo la morte di Curtis, che si è tolto la vita impiccandosi alla vigilia di un tour americano, gettando i compagni e i fan nella prostrazione più assoluta. Poteva essere la fine di tutto, invece gli altri tre decisero di continuare, per superare quel lutto così drammatico, così struggente. Cambiato nome in New Order, imbarcata la fidanzata (poi moglie) di Morris, Gillian Gilbert, tastierista e chitarrista: la musica si trasformò, come già stava accadendo agli ultimi Joy Division, inserendo nel quadro i sintetizzatori e la batteria elettronica: la new wave scopriva la dance e cambiava il mondo, ma questa è un’altra storia. Una storia che la Rock’n’roll hall of fame ratifica ammettendo – caso unico – i due nomi in un’unica soluzione. In contemporanea esce un grande cofanetto, “Eternal”, con sedici concerti raccolti in 14 cd e due dvd, la testimonianza definitiva dell’impatto dal vivo di una delle poche band realmente fondamentali.
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