«Malpelo sono io». Verga riletto dai ragazzi di oggi
Scuola Una prima superiore “adotta” il piccolo minatore: «Lui è tutti noi quando ci appiccicano un’etichetta, è la rappresentazione amplificata del bullismo sociale»
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«Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo». Così inizia una delle novelle più famose di Giovanni Verga. E sono parole che subito danno vita ad uno spaventoso equivoco la cui attualità rimbomba nelle scuole in cui ancora viene letto e ancora commuove.
Così è successo in una classe di ragazzine di prima superiore. La lettura della novella rientrava in un progetto: trasformare il testo dalla forma narrativa a quella teatrale. Scegliere un personaggio e farlo parlare in prima persona, privando così il narratore della sua onnipotenza demiurgica. E così, leggendo, le ragazzine sono state catapultate in un mondo dove violenza e tenerezza convivono, in una terra lontana e mitologica, fra la cava dove lavora Malpelo, torvo, ringhioso, selvatico e il cielo formicolante di stelle di una Sicilia arcaica e atemporale. E ci sono stati, durante la lettura, momenti di estrema partecipazione. Occhi lucidi, empatia, commozione. A dimostrazione che la letteratura smuove ancora, suscita emozioni, coinvolge, interroga, chiede risposte.
Senza età
Il ragazzino “c’ingrassava, fra i calci”. Non ha un’età definita. L’autore non la svela. Lascia che il racconto si snodi attraverso il flashback della morte di Misciu Bestia, suo padre, sepolto nella cava dove lavorava a cottimo e quello che succede poi all’orfano. E quello che succede a Malpelo è l’amicizia con Ranocchio. Vissuta anch’essa all’insegna dell’unico linguaggio conosciuto dal protagonista. La violenza. Malpelo è cattivo, così dicono, e dunque non può che comportarsi da cattivo. Picchiare. Ricevere le botte con indifferenza e darne. All’asino grigio, suo alter ego di sofferenza e sfruttamento. «L’asino va picchiato, perché non può picchiare lui». Questa è la legge interiore di Malpelo, creatura della sofferenza che si fa ringhio e vendetta. Ma il narratore, maestro dell’arte verista in cui si osserva e si riporta senza commentare, lascia trapelare la sua verità. Di Malpelo dice l’opposto. Alle ragazzine che leggono arriva l’immagine esatta di un’indicibile, intima bontà.
Malpelo liscia i calzoni del padre morto, di fustagno morbido, dolci come l’unica mano che gli aveva accarezzato i capelli, così ruvidi e rossi com’erano. Malpelo veglia l’amico moribondo a cui un giorno aveva dato la mezza cipolla del suo pranzo tenendo per sé solo il pane. E non importa se l’aveva colpito. Lo aveva fatto con intento pedagogico, per insegnargli la legge del più forte, quella che fa della violenza una corazza. Ma poi, dopo averlo picchiato, picchia sé stesso, per dimostrare che non fanno male le botte, che i colpi sono parole d’amore vestite male. Malpelo era cattivo perché gli altri lo volevano così. Ed ecco quindi l’attualità del messaggio verista, che trafigge il cuore delle ragazzine. Malpelo è tutti noi quando ci appiccicano un’etichetta. Quando ci fanno credere di essere quello che non siamo. Malpelo è la rappresentazione amplificata di una magistrale operazione di bullismo sociale.
Capro espiatorio
Prendiamocela con Malpelo, capro espiatorio e simbolo di chi prende su di sé tutte le scorie di brutalità del mondo. Ed ecco che la novella diventa un classico, cioè un’opera che travalica i confini del suo tempo assurgendo allo statuto di universalità. Malpelo è vivo, anche se vaga nella cava dove si è perso proprio per diventare immortale. Proprio per ricordare alle ragazzine che ne leggono la storia quasi due secoli dopo che l’umanità è viva, risplende e illumina ogni gesto d’amore. Anche il più disperato e minuscolo. L’umanità è nell’amicizia fra derelitti, fra esclusi. Nella solidale accettazione di un destino di comune miseria. Gli arnesi che non si usano più si buttano lontano, questo dice la voce del popolo entrata nella testa di Malpelo. Nel mondo devi servire, produrre, guadagnare. L’asino grigio crepato di stenti e vecchiaia si butta nella sciara. Il suo carcame attira i cani randagi che lo spolpano. Ed è questa la weltanschauung del monellaccio selvatico e ringhioso, maligno e vendicativo che vive nelle pagine della novella. Bisogna guardare in faccia al mondo, ogni cosa bella e brutta. Perché ci sono anche le cose belle, e Malpelo lo sa. Per esempio il lavoro del manovale, quello che permette di cantare sui ponti, in alto, in mezzo all’azzurro del cielo, col sole sulla schiena. O quello del carrettiere, come compare Gaspare, che si dondolava sonnacchioso sulle stanghe con la sua pipa, o del contadino, fra i campi, in mezzo al verde, sotto i folti carrubi e il mare turchino, là in fondo, e il canto degli uccelli sulla testa.
Ma ciò che più conta nella storia di Malpelo è il modo in cui è raccontata. L’oggettività scarna, fotografica, volutamente priva di ogni commento personale, denuncia la menzogna delle parole. Quanto il narratore narra segue un’andatura fuorviante. Sono i gesti, i fatti a contare non le parole, non le narrazioni. E’ questo il messaggio principale che la novella trasmette oggi. E lo fa proprio in un mondo dominato dalla comunicazione, quella che sui social pullula più che mai di verità adombrate e millantate e di mistificazione. Malpelo è cattivo e ringhioso perché, si sa, ha i capelli rossi. Ed è da questo allucinante sillogismo, da questo raccapricciante “si sa” e cioè è cosa ovvia, naturale, dunque assolutamente veritiera, che subito scatta la complicità con il lettore.
Quello che dicono gli altri
Non è così, ci dice Verga. Non sono vere le cose credute da tutti. Quelle che si dicono sugli altri, quelle che servono a nascondere la verità sul mondo e su chi lo abita. Cercate meglio, guardate sotto, dentro. Guardate come il ragazzino si scarnifica le unghie nella disperata ricerca del padre. Guardate come si rincantuccia in un angolo, sopra una coperta sporca, raggomitolato in una solitudine che è solo infinita sete di amore. Guardate come lavora, come sogna, come spera, come si priva della cipolla, come ama a suo modo l’unico amico che ha. E questo le ragazzine di una prima superiore, abituate ai filmati di Tik Tok e ai messaggi luminescenti di Instagram, lo hanno capito. E hanno trasformato la novella in voce. Chi ha fatto parlare Ranocchio, chi la madre di Malpelo che manco sapeva più quale fosse il vero nome del figlio, chi il protagonista, questo bambino uomo senza età e senza volto, solo una manciata di lentiggini a sporcarglielo. Io sono Malpelo, hanno scritto. E non sono un brutto ceffo. Non sono un delinquente, non sono un maledetto. Sono un bambino. E mia mamma non mi ha mai accarezzato. E sono andato a lavorare in una cava. A scavare la rena rossa e a caricarmi come un asino. Ma non sono cattivo. Nessuno lo è. Eppure se è il mondo a dircelo, capita anche, alla fine, che gli crediamo anche noi.
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