Mannocchi poetessa: «Cerco parole esatte
per dire l’orrore »

In versi Nella raccolta la reporter scrive di guerra e dolore raccogliendo le voci di persone incontrate in aree di crisi. Oggi a Chiasso il reading con musiche di Rodrigo D’Erasmo

«C’è un istante - invisibile e preciso - / in cui la lingua smette di obbedire. / Le parole si spezzano, si svuotano / e non reggono più il peso del mondo». È un istante che nel nostro tempo si ripete in continuazione di fronte alle immagini sempre più opprimenti dell’impatto diretto che la guerra ha sulla vita delle persone, sui loro corpi e in particolare sui corpi dei più fragili. Anche, soprattutto, dei bambini.

Ma l’istante descritto nel verso è anche un istante che tenta sempre più la nostra lingua a perdere precisione: la spinge a definizioni improvvisate e violente, sempre ambigue e distanti dall’umano che cercano di nominare. Definizioni da cui rifugge con fermezza Francesca Mannocchi, giornalista, documentarista e scrittrice italiana testimone e narratrice ormai da anni degli scenari di guerra (e di quelle forme di pace che somigliano alla guerra) in tutto il mondo. Lo fa accuratamente in “Crescere, la guerra”, raccolta poetica edita da Einaudi quest’anno, ma anche reading teatrale e musicale in scena domani alle 20.45 al Cinema Teatro di Chiasso, all’interno del festival “ChiassoLetteraria”. Nel titolo del libro lo sforzo conoscitivo e di scrittura giace nella virgola: «È il mio esercizio di anti-retorica - rivela l’autrice stessa - perché dopo lo choc di ciò che nella storia sembra irreparabile viene il momento della precisione, serve la poesia». La poesia che lascia spazi bianchi liberi di riempirsi di silenzio dove depositare la memoria, che conosce i ritmi delle pause e che non ammette mai parole di troppo.

La violenza della lingua

«Qui, da noi, abbiamo disimparato / la ferita. / Confuso la fuga dalla spina / con la libertà / e chiamato “felicità” / la rimozione del dolore» dice Shahab in una conversazione in Afghanistan trasformata in poesia così come le altre nove di cui si compone la raccolta, anticipate da un prologo e chiuse da un epilogo.

Sono i testimoni diretti e in particolare i più fragili e piccoli, i bambini, sulla cui pelle passa la guerra, a prendere la parola nei versi di Mannocchi: dal Libano all’Afghanistan, fino alla Siria, a Gaza e ai territori palestinesi occupati. Una selezione di luoghi che è anche una selezione di voci e di volti tra i tantissimi incontrati in anni di reportage: «Luoghi che ho scelto perché in qualche modo ci chiamano in causa e chiamano in causa le responsabilità dirette delle nostre società, di tutto quello che non abbiamo fatto» spiega Mannocchi.

Luoghi in cui però la vita è continuata, anche lontana dai nostri sguardi. C’è Fahim, un professore universitario di filosofia politica, originario di Kabul ma esule in Europa che alla domanda “cosa significa essere rifugiato?” risponde: «“Significa essere un pensiero senza casa” / Un pensiero che cammina scalzo nella mente degli altri / senza sapere dove fermarsi». Un professore che in Afghanistan, luogo ormai dimenticato dalla cronaca, ha perso il proprio passato insieme alla reputazione: «la perdita del proprio nome pronunciato con rispetto». Sempre dall’Afghanistan prende la parola Samya per raccontare una guerra tramutata in pace grazie all’inganno delle parole e degli sguardi indifferente, il tradimento dell’intero Occidente nei confronti di un solo Paese:«Io sono la sposa e la testimone / Il corpo che avete nominato e poi dimenticato». Dal carcere di Sednaya, prigione militare soprannominata “mattatoio umano” per via delle violente torture a cui venivano sottoposti i prigionieri durante il regime di Bashar al Assad, in Siria, parla invece un guardiano, rimasto solo a vegliare sui morti del passato. Invece a Yarmouk, campo destinato ai profughi palestinesi in Siria, la parola passa a Mohammed che racconta la fame: «una dottrina. / Una forma perfetta di governo: / uccide senza sparare / e non lascia impronte». La Siria è il luogo in cui, secondo l’autrice, «risiede il grosso del disastro terminologico fatto in questi anni».

E poi ancora da due campi profughi in Cisgiordania, Ramallah e Jenin, parlano i genitori di ragazzi morti e trasformati nella narrazione giornalistica in “terroristi”: «Perché queste parole / non raccontano mai da dove viene una ferita. / Non chiedono che cosa ha preceduto / il gesto che temiamo. / Si accontentano di ucciderne l’origine. / Non possiamo consegnarci / a parole che non sanno dubitare».

Allora serve tornare a interrogarle, le parole. Come amava fare Ingeborg Bachmann, citata in esergo alla raccolta: «Inge del mio cuore - la definisce Mannocchi - il mio nume tutelare. Scrittrice, drammaturga, poetessa, giornalista, romanziera: è stata tutto questo perché non riusciva a conciliarsi con il dramma della seconda Guerra Mondiale, dopo un disperato e meraviglioso amore vissuto con un ebreo sopravvissuto ai campi di sterminio, e che alle parole ha sempre chiesto di essere all’altezza di quel trauma». Serve tornare alla precisione della poesia per raccontare queste piccole storie vere intrappolate come granelli di polvere nel caos della guerra, che Mannocchi ha impiegato una vita intera a raccogliere e che costringe il lettore/spettatore a ricordare. Anzi, come dicono Mannocchi stessa e Rodrigo D’Erasmo prima di ogni spettacolo, «a mettersi scomodi» perché quello che prende vita sul palco necessita di essere vissuto sul proprio corpo, come la guerra passa sul corpo dei protagonisti di queste storie.

«Un tempo in cui tutto è troppo»

«Quando ho consegnato il libro a una delle editor di Einaudi le ho detto che era uscito in due mesi - racconta la giornalista - e lei mi ha risposto: “In una vita e due mesi”». “Crescere, la guerra” non è un libro nato da un’urgenza, ma dalla pazienza di una giornalista che ha setacciato con cura le testimonianze ascoltate nel tempo, per trasformare gli «appunti lasciati sparsi nella mia agenda, nei vocali e nelle note del mio telefono» in qualcosa di nuovo. Qualcosa che non è del tutto giornalismo - «forse prima non era pronta la mia penna, perché avevo rispetto del rigore del giornalismo, che non ha bisogno della parola “io”» - ma che di certo è cronaca del reale in versi.

L’io, a dire il vero, non compare esplicitamente nelle poesie se non come orecchio che riceve le parole pronunciate dalle persone incontrate dove la violenza dell’uomo prevarica la vita, e come mano che le trascrive con cura per costringere anche noi, troppo distratti dal tempo che scorre, a tornare a puntare lo sguardo, a fare silenzio per ascoltare e spazio per ricordare. «Eppure / io non credo / che la memoria sia il contrario dell’oblio, / io credo / che la memoria sia dell’oblio / il lavoro sotterraneo» scrive nell’ultimo dei dieci componimenti l’autrice, posizionando quell’io in un punto di riflessione che è anche punto interrogativo costante.

«Viviamo un momento in cui è tutto troppo e forse anche per questo ho sentito ora l’esigenza di fermarmi e riflettere sulle storie che ho raccontato e più in generale sulla funzione del mestiere di giornalista - dice ancora l’autrice - Proprio a partire dalle virtù e dal limite degli strumenti del mestiere, ovvero le parole, il grande interrogativo che mi pongo di fronte ai bambini mutilati dall’orrore della guerra è: le mie parole sono sufficientemente esatte a raccontarlo e se non lo sono come faccio a raccontarlo? Quello che stiamo vivendo in questo tempo ha superato lo scandalo delle ingiustizie e non è stato però accompagnato da una narrazione all’altezza. La poesia, in questo senso, mi ha fatto sentire più libera di farlo rispetto alla cronaca».

© RIPRODUZIONE RISERVATA