Morazzone lariano, capolavori nascosti
Ricorre quest’anno il quattrocentesimo anniversario della morte dell’artista varesino. Sue opere si trovano in Duomo, a Sant’Agostino, al Cardinal Ferrari e in Pinacoteca
Lettura 5 min.«Qui non fiorisce novo pittore e il Moranzone persevera nell’acquistarsi credito»: con queste parole Girolamo Borsieri informerà Guido Mazenta, nella seconda metà del 1612, riguardo alla presenza a Como di Pier Francesco Mazzucchelli, detto il Morazzone, di stanza nella nostra città tra il 1608 e il 1613, per quanto diviso tra Varese, Varallo e Milano.
Uomo ribelle. Manierista geniale. Pittore vagabondo. Fra gli autori di primissimo piano del Seicento lombardo, e non solo, un posto di rilievo spetta al Morazzone, nato nell’omonimo borgo oggi in provincia di Varese nel 1573 e morto - esattamente 400 anni fa - a Piacenza nel 1626. Cinque anni trascorsi - non senza interruzioni - nel comasco e una decina di opere frutto della fase stilistica e compositiva più alta, più ardita e più matura di questo pittore di luce, poeta del buio, capace di coniugare quanto assorbito in terra romana con la propria personalissima vocazione per il più drammatico e teatrale chiaroscuro di matrice tintorettiana prima e caravaggesca poi.
Il gonfalone di Sant’Abbondio
L’esordio in terra lariana si ha il 14 giugno 1608 con la commissione del Gonfalone di Sant’Abbondio per il Duomo, o meglio, per la Compagnia del Santissimo Sacramento tra i cui membri ricordiamo gli illustri Giovanni Pietro Odescalchi, Giovanni Battista Borsieri - padre di Girolamo - e Quintilio Lucini Passalacqua: si tratta di uno stendardo processionale, oggi alloggiato in una teca al di sotto dell’organo settentrionale, in cui la pittura si intreccia armoniosamente con l’arte del ricamo e in cui l’olio dei colori esalta l’oro e l’argento dei fili in seta di provenienza milanese. Un capolavoro di cui Morazzone, per un compenso di 720 lire, impostò l’intero disegno su carta, riservandosi anche l’esecuzione a olio di una parte delle dodici storie abbondine rappresentate: Abbondio ricevuto dal predecessore Amanzio, Predica di Abbondio, Abbondio confuta gli eretici, Abbondio al cospetto di papa Leone Magno e Abbondio resuscita il figlio del magistrato Regolo… solo per citarne alcune.
Al 1608-1609 risale, invece, la commissione da parte della famiglia Gallio per la lunetta con la “Caduta degli angeli ribelli” destinata alla cappella di loro patronato nella chiesa domenicana di San Giovanni in Pedemonte. Soppressa e demolita la struttura dal 1810 - al suo posto sorge la stazione ferroviaria di San Giovanni - la lunetta oggi è visibile all’interno della Pinacoteca Civica: si tratta di uno dei quadri in assoluto più concitati e centrifughi del repertorio morazzoniano - qui evidentemente suggestionato dalla lezione del Cavalier d’Arpino presso cui si era formato a Roma - in cui il peso visivo è rapito non tanto dalla figura centrale di San Michele che scaccia i ribelli, ma proprio da uno degli angeli che sembra rovesciarsi sull’incauto osservatore in una serpentinata, esasperata posa torsiva. Anni fittissimi quelli che vedono il Morazzone simultaneamente impegnato presso il Sacro Monte di Varese (1609) e quello di Varallo (1610, presso Milano (1610) e Varese (1611).
Il 30 dicembre 1608 l’artista si impegna ad eseguire, su commissione del già citato Giovanni Pietro Odescalchi, una pala per l’altar maggiore della chiesa agostiniana delle Monache della Santissima Trinità, edificio oggi non più esistente, ma un tempo situato all’angolo tra le attuali via Volta e via Parini: soggetto del quadro è “La Trinità”, mentre le circostanze per la sua realizzazione sono legate all’ingresso in convento - se Manzoni docet, immaginiamo non senza qualche forzatura familiare - di Isabella Parrenia Odescalchi, figlia di Giovanni. L’opera, conclusa nel 1610, avrebbe quindi funto da dote, ma a seguito della soppressione del convento del 1785 e della diaspora dei suoi beni entro il 1814, la pala fu trasferita presso la chiesetta dell’Ascensione, oggi - non a caso - della SS. Trinità, già incastonata nel seminario maggiore di Como oggi Centro Pastorale Card. Ferrari di viale Cesare Battisti. La pala spicca per la realistica monumentalità dei personaggi, capaci di scollarsi dallo sfondo grazie all’uso di una luce divinamente prepotente.
Opere minori
Due opere, per così dire “minori” e meno conosciute, risalirebbero al biennio 1609-1610, ovvero le due tele raffiguranti San Francesco che riceve le stigmate e Caino che uccide Abele, ubicate in Duomo presso la sagrestia dei Mansionari di cui tratteremo a breve: entrambe figuravano nell’inventario dei “quadri grandi” appartenuti all’abate Marco Gallio per l’omonima dimora in Borgo Vico e contrassegnati da quell’intonazione temporalesca e da quell’atmosfera cupa e sulfurea di matrice schiettamente morazzoniana.
Tra il 1611 e il 1612 il nostro pittore, diviso tra Como e il cantiere varesino di San Vittore, attende ai lavori presso la splendida Sagrestia dei Mansionari, ovvero la sagrestia meridionale della cattedrale comasca, realizzando una delle opere più riuscite del suo soggiorno lariano: sulla volta troneggia, infatti, l’Incoronazione della Vergine, vorticosamente strutturata su piani visivi differenti in cui una corona di nubi in penombra e una ridda di putti e di angeli musicanti accentuano la profondità - fisica e spirituale - della visione e guidano lo sguardo del fedele verso l’occhio di luce in cui si staglia la presenza di Dio Padre, della Vergine incoronata al centro e di Cristo. Il tutto impreziosito da un’ampia decorazione perimetrale a stucco opera del moltrasino Giuseppe Bianchi e dorata dal comasco Marzio Carpano, e completato da quattro oculi - uno per lato - da cui si affacciano, dipinti sempre dal Morazzone, scherzosi angioletti musicanti quasi stipati e compressi nell’angusto spazio loro riservato. L’artista, come si evince dai documenti in nostro possesso, fu saldato tra il primo maggio 1611 e il 31 agosto 1612 con 1800 lire.
Infine, proseguendo nella lettura dell’epistola del Borsieri al Mazenti della seconda metà del 1612 ecco quanto leggiamo: «[Morazzone] Ha fatte “Le Nozze di Gallilea” per lo Tempio di Santo Agostino di Como in una tavola, stimata uguale di bellezza a qualsivoglia altra di Titiano [Tiziano Vecellio]. È ben dissegnata, meglio disposta, ottimamente colorita e vi si vede giusta distanza tra l’una e l’altra figura, regolata proportione rispetto a tutto il concerto e spirito meraviglioso rispetto a ciascuna parte». Al 1612 risale, infatti, la decorazione della cappella della Madonna della Cintura, la seconda a sinistra presso la chiesa di Sant’Agostino. L’unico sito comasco in cui la concentrazione di capolavori morazzoniani non risulti falsata da trasferimenti successivi. Uno spazio ridotto che vanta quattro magnifiche tele nate per questo luogo: in dettaglio, a destra troviamo la Nascita della Vergine e a sinistra la Presentazione di Maria al Tempio - anche in questo caso arricchite da stucchi dorati ascrivili al Bianchi - mentre sulla parete di fondo, a destra la Pentecoste e a sinistra le Nozze di Cana. La commissione risale probabilmente ai confratelli della Compagnia dei Cinturati, devoti a un particolare culto di ascendenza agostiniana e vantò nel corso dei secoli una lunga serie di copie che ne testimoniano la qualità compositiva e la fortuna critica. Tuttavia, come precisa Jacopo Stoppa - autore nel 2003 di un’insuperata monografia sul Morazzone edita da 5 Continents Editions - stupisce che il Borsieri esalti proprio le Nozze di Cana (o di Galilea) come opera maestra degna della mano di Tiziano, dal momento che potrebbe «essere relegata tra i lavori, certo più sorvegliati, della bottega». Ma il giudizio di Borsieri è, in fondo, quello di un mercante collezionista che elogia le peculiarità tecniche che largo apprezzamento riscuotevano nei suoi contemporanei, ovvero il gusto per il particolare, la finezza delle pennellate e la sontuosità dell’ambientazione.
Il banchetto nuziale ha luogo in un ampio e tenebroso salone, irradiato da una sorgente luminosa in corrispondenza della porta sinistra, lungo la quale si profila, in controluce tra gli astanti, la figura di un servitore con il braccio teso in diagonale: l’occhio dell’osservatore è così guidato verso il fulcro della rappresentazione, ovvero la presenza di Gesù e di Maria, colti dal Morazzone-regista nel momento in cui Cristo, informato che non vi è più vino, impartisce l’ordine di versare dell’acqua nelle giare e di servire i commensali.
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