Al tavolo con i Nobel, parlando del futuro
Tra scienza e attualità Tre importanti fisici , William Phillips, Alain Aspect e Jean Dalibard, invitati a Como. Un pomeriggio a confrontarsi su dove sta andando il mondo tra rivoluzione quantistica, IA e teorie del complotto
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Uno curioso fin da bambino - a cinque anni giocava già con un microscopio - sostituisce alle risposte da dare ai giornalisti nuove domande, l’altro li scruta con un sorriso sornione sotto baffi dalla forma perfetta (e molto francese). William (preferisce farsi chiamare Bill) Phillips, Nobel per la fisica nel 1997 per essere riuscito a raffreddare gli atomi quanto mai nessuno prima, e Alain Aspect, Nobel per la fisica nel 2022, grazie alle sue sperimentazioni sull’entanglement, chiacchierano a un tavolo dell’Hotel Due Corti di Como come vecchi amici, pochi giorni prima dell’assegnazione (avvenuta ieri) del nuovo Nobel al fisico Francis Halzen.
Sono a Como per accompagnare un altro vecchio amico e collega, Jean Dalibard, insignito del Premio Volta in città per essere riuscito a “fermare gli atomi”. I tre si conoscono davvero da una vita: 47 anni passi a condividere laboratori, ricerche e opinioni sul mondo.
Anche a Como con i giornalisti e poi tra di loro, durante le pause tra un’intervista e l’altra, parlano di intelligenza artificiale, di cambiamento climatico, delle bugie dette troppo spesso dai politici - con insistenti riferimenti a Donald Trump - e di quanto la scienza debba tornare a essere il punto di riferimento per chi ricerca spiegazioni su come funziona il mondo. E su dove stiamo andando.
La curiosità e il metodo
Due i pilastri su cui fondano le visioni dei due Nobel: la curiosità per Phillips e il metodo scientifico per Aspect. «Quando faccio lezione negli asili - sì, è tutto vero, conferma Phillips davanti agli sguardi stupiti di chi pensa di aver capito male - mi torna sempre in mente che la curiosità è un tratto essenziale dei bambini. È vero che io lancio in giro per la loro aula nitrogeno liquido e li conquisto con questa sostanza che ribolle quando tocca il pavimento e poi evapora in sottili nuvole... però al di là di questo la differenza rispetto alle lezioni che faccio agli studenti delle superiori è evidente: sembra che a quest’ultimi la curiosità gliel’abbiano strizzata fuori dal corpo, a quel punto della crescita».
Una curiosità connaturata ai bambini e che il Nobel dice di essere riuscito a salvaguardare per sé stesso nonostante il passare degli anni grazie alla fiducia ottenuta fin da piccolo in famiglia, quando a cinque anni i genitori gli regalarono un microscopio con cui osservava le particelle di polvere. Da quel microscopio alle tecnologie necessarie a costruire orologi atomici è intercorso relativamente poco tempo. E il tempo è rimasto il centro della vita di questo scienziato così curioso da essere noto nella comunità scientifica per le tante, tantissime domande che pone a tutti i convegni cui prende parte.
Lo fa anche a Como, con i giornalisti, rispondendo ai loro interrogativi con altrettanti interrogativi: «Aver posto le domande giuste è il lascito più importante che sento di aver dato alla comunità scientifica. Che ne è stato delle domande? Abbiamo accesso facile alle risposte, ma la scienza dipende dal riuscire a porsi le domande giuste, farsi incuriosire dalle cose giuste. Vorrei sapere cosa ne pensano i miei colleghi... - e lancia un’occhiata ad Aspect e Dalibard che dialogano con altri giornalisti a pochi passi di distanza - Io non amo l’intelligenza artificiale, al di là del fatto che quando la uso noto che fa degli errori, anche se è vero che presto sarà molto meglio. Però mi chiedo: se dicessimo a un IA tutto quello che sapevamo della fisica nel 1910, quando Einstein stava pensando alla teoria della relatività generale, che per me è una delle cose più creative che un essere umano abbia mai pensato, possiamo immaginare che un’IA sarebbe riuscita a fare qualcosa di simile? Devo anche dire che ho da poco scoperto che l’IA è riuscita a inventarsi una mossa che non era mai stata pensata in centinaia di anni nel gioco del Go (un gioco da tavolo strategico, ndr): mi sembra un buon primo passo nella direzione della creatività».
Due rivoluzioni o una sola?
Il problema dell’IA, secondo Phillips, è che non tiene conto dell’imprevisto. Un imprevisto come quello che gli è valso il Nobel, portandolo a dimostrare un’idea controintuitiva, ovvero che puntando la luce su qualcosa lo si può rendere freddo. «Io e i miei colleghi di laboratorio sapevamo come funziona la teoria - spiega - ma non sapevamo che gli atomi potessero diventare così freddi, duecento volte più freddi... ci è capitato per caso. Ci siamo resi conto che la soluzione a questo problema la poteva avere Jean - aggiunge guardando di nuovo il collega con un ampio sorriso - Mi ricordo la chiamata che gli feci e di quanto fossi sorpreso che a lui e alla sua squadra fosse bastato davvero poco tempo per avere una risposta a cui nessuno aveva mai pensato prima, riguardo all’interazione tra luce e materia. Questa per me è la creatività. Non so che ruolo avrà l’IA nelle vite degli scienziati, credo sarà importante ma che non potrà mai sostituire la creatività umana». E mentre l’IA si sviluppa attraverso «quegli orribili data center», come li definisce Phillips stesso, c’è un’altra rivoluzione scientifica in atto che secondo il Nobel potrebbe intrecciarsi a quella dell’IA: la seconda rivoluzione quantistica. Grazie alle maggiori potenzialità di calcolo che un computer quantistico potrebbe offrire e alle tante nuove informazioni sul mondo che ne deriverebbero, l’IA diventerebbe uno strumento ancora più rivoluzionario.
Quale delle due rivoluzioni avrà un impatto maggiore sulla nostra vita? «Suvvia, chiederselo secondo me ha poco senso: non esiste nessuna gerarchia del genere - interviene Aspect - La prima rivoluzione quantistica ha cambiato tutto. Ci ha dato i computer, i laser, i transistor... Ora l’IA è matura, mentre la seconda rivoluzione quantistica ancora no, tra dieci anni potremo dire forse se la tecnologia basate sull’entanglement cambierà la società oppure se le sue applicazioni saranno di nicchia. Ma l’IA è molto più sviluppata ora. Quando una rivoluzione scientifica avviene le persone se ne accorgono e pensano “oh sta progredendo tutto velocemente”, ma la verità è che io sentivo parlare di IA già negli anni ’80 (un ricordo richiamato pochi minuti prima anche da Phillips, parlando degli esperimenti di Turing, ndr). A volte le persone non si rendono conto di quanti decenni di ricerca collettiva ci sono dietro ai risultati che si vedono ora e che possono portare a una scoperta rivoluzionaria».
Una scoperta come la sua, che ha contribuito a dare una risposta a uno dei più celebri dibattiti sulla natura della realtà, quello che oppose due giganti della fisica del Novecento, Niels Bohr e Albert Einstein. E con un esito poco favorevole per quest’ultimo. Einstein, infatti, non accettava che due particelle correlate potessero mantenere un legame capace di manifestarsi istantaneamente anche a grande distanza. Gli esperimenti di Aspect mostrano invece la violazione delle disuguaglianze formulate dal fisico John Bell, fornendo una delle più importanti conferme sperimentali delle correlazioni previste dalla meccanica quantistica.
«La scienza è una cosa seria»
«John Bell mi ha confessato che avrebbe preferito che i miei risultati fossero diversi, ma non ha avuto dubbi su quello che ci stavano dicendo. Vedete - aggiunge Aspect - la scienza è una cosa seria e i fisici sono persone serie: se l’esperimento è buono e può essere ripetuto in altri laboratori e i risultati ci sono, allora le cose stanno così».
Un approccio alla realtà basato sul metodo scientifico, che Aspect definisce più volte «robusto», e sul quale vorrebbe si fondassero molte più decisioni del nostro tempo. «Per esempio il riscaldamento globale: almeno due dozzine di laboratori molto avanzati ci hanno avvisato che ci sarebbe stato, da almeno vent’anni. Le persone devono fidarsi degli scienziati e del metodo scientifico. Oggi c’è un problema con i social e i complottisti, trent’anni fa non era così... ed è molto fastidioso per noi. O no, Bill?» aggiunge, stringendo il braccio dell’amico Nobel, che ha seguito la conversazione annuendo, prima di lanciarsi con Aspect in un nuovo dibattito sul presente. Questa volta lontano dai microfoni.
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