Paolo Calabresi: «Le vite di tutti noi chiuse in un telefono»

L’intervista L’attore oggi e domani al Sociale di Como con “Perfetti sconosciuti”, dal film di Paolo Genovese

Un gruppo di amici, una cena, un’eclissi di luna e…tanti segreti, difesi solo dal fragile schermo di un cellulare. Segreti che, se rivelati, in un gioco pericoloso, rischiano di stravolgere equilibri familiari ed amicali. È l’accattivante premessa di “Perfetti sconosciuti”, il noto film di Paolo Genovese che, oltre ad aver collezionato un altissimo numero di remake e molti premi prestigiosi, è diventato anche uno spettacolo teatrale, a firma dello stesso Genovese, al debutto in teatro.

Oggi, lunedì 4 marzo, e martedì, alle 20.30, anche il pubblico del Teatro Sociale di Como potrà assistere all’omonimo spettacolo, per la programmazione di Prosa nella Stagione Notte. In scena un cast importante con Dino Abbrescia, Emmanuele Aita, Alice Bertini, Marco Bonini, Paolo Calabresi, Anna Ferzetti, Astrid Meloni. (Biglietti da 28 a 13 euro più prevendita, in vendita online su www.teatrosocialecomo.it e alla biglietteria del Teatro. Info: www.teatrosocialecomo.it e 031/270170). Ad anticiparci qualche dettaglio dello spettacolo è Paolo Calabresi, noto e bravo attore, conduttore e anche trasformista, che, nell’adattamento per le scene, interpreta il ruolo di Rocco, il padrone di casa, che insieme alla moglie Eva organizza la cena che sarà al centro degli eventi.

Calabresi, come è nata l’idea della trasposizione teatrale di “Perfetti sconosciuti”?

Era molto tempo che Paolo Genovese voleva portare questa storia in teatro. Ora finalmente, l’operazione è giunta a compimento e ne siamo molto soddisfatti. Il regista ha scelto, volutamente, di proporre un allestimento teatrale che avesse però un ritmo da grande schermo e una recitazione naturalistica.

Certamente però saranno stati necessari dei cambiamenti nel racconto…

Certo. Come ricorderà chi ha visto il film, la macchina da presa insisteva molto sui primi piani, scavando nell’emotività di ogni personaggio. Qui, ovviamente non è possibile e il pubblico vede un’azione totale, che permette di cogliere diversi dettagli in contemporanea, come in un grande affresco.

Il film, pur essendo una commedia, trasmette un certo disagio che nasce dallo svelamento dei segreti contenuti nei cellulari dei protagonisti. Questa sensazione si avverte anche in teatro?

In realtà, lo spettacolo porta lo spettatore a ridere molto, soprattutto nella prima parte della vicenda. È un effetto involontario, dato forse, almeno inizialmente, dal fatto che il pubblico si diverte osservando i personaggi “scivolare sulla buccia di banana”. In realtà, poi, con il proseguire dell’azione, si comprende come la vicenda di fantasia riguardi davvero ciascuno di noi, indipendentemente dai segreti, più o meno grandi, che custodiamo nei nostri telefoni.

Il cellulare è diventato, per tutti, il custode di una vita “altra” che teniamo nascosta?

Come sia stato possibile che, in massa, abbiamo delegato una macchina a diventare depositaria di informazioni molto delicate e preziose, sulla nostra vita, è davvero un interrogativo inquietante. Proprio su questo tema si incentrano il film e lo spettacolo.

Interpreta il ruolo che nel film fu di Marco Giallini. Come lo ha affrontato?

È un personaggio interessante e intelligente. Capisce per primo che a certi giochi è meglio non giocare. È un uomo che sa attendere, sa anche comprendere, per amore, le inquietudini di sua moglie. In fondo, ricordiamolo, “Perfetti sconosciuti” è una storia che ci parla di relazioni umane e della difficoltà di allacciarle e costruirle nel tempo, a livelli e in modi diversi.

La vicenda è narrata in una notte di eclissi. Perché?

È un dettaglio molto importante. L’eclissi, che segna il tempo della cena, stabilisce una sorta di sospensione, un tempo in cui tutto può accadere come in un sogno che poi finirà, lasciando intatti, forse, i segreti di ognuno.

Lei ha lavorato moltissimo al cinema e in tv, ma le sue origini sono teatrali. Cosa la lega al palcoscenico?

Il teatro è il dono della mia vita. Ho avuto la fortuna di lavorare con Strehler, nei suoi ultimi anni. Un’esperienza senza prezzo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA