Pazienza passò una vita con la matita in mano
Ricordo Avrebbe compiuto 70 anni oggi un grande disegnatore italiano del ’900, creatore di Zanardi e Pentothal. Il suo talento prende forma al Dams, ma allora inizia anche a fare uso di eroina che forse è la causa della sua morte
Lettura 3 min.«Mi sono iscritto al Dams, che non ho mai finito... mancano due esami. Avrò la laurea ad honorem a sessant’anni. Chi lo sa se ci sarà il Dams quando io avrò sessant’anni. Chi lo sa se ci sarò io...».
Così iniziava l’intervista andata in onda tanti anni fa di Andrea Pazienza con il giornalista Rai Vincenzo Mollica, grande esperto di fumetti. Il Dams c’è ancora, Pazienza no, a quei famosi sessant’anni non ci è mai arrivato. Il 23 maggio l’artista pugliese ne avrebbe compiuti settanta ma, da quasi quattro decenni, non è più tra noi; le sue spoglie riposano al cimitero di San Severo, in una tomba con «solo un po’ di terra, e un albero sopra», come chiese al padre poco tempo prima di morire, quasi come se sentisse che la sua vita non sarebbe stata lunga abbastanza, che avesse il bisogno di trovare un luogo in cui riposare.
Andrea Michele Vincenzo Ciro Pazienza è nato a San Benedetto del Tronto nel 1956, anche se la famiglia viveva già a San Severo. Sua padre Enrico andò a lavorare nella città marittima abruzzese e lì trovò l’amore, sposando Giuliana Di Cretico. I genitori erano entrambi professori, la madre di educazione tecnica, il padre di educazione artistica. Di lui Pazienza dirà “Sono figlio del più grande acquerellista che conosca, solo che non ha piacere a mostrare i suoi lavori...”.
Andrea Pazienza era un genio, questa cosa è assodata. Il suo talento per il disegno è indiscusso e indiscutibile, ma secondo la madre aveva un’altra dote che lo caratterizzava fin da piccolissimo, una capacità di osservare tutto quello che gli accadeva intorno diversa da tutti gli altri bambini.
Osservava e riportava su carta
La vita di Pazienza è stata vissuta sulla corsia di sorpasso, come se avesse sempre saputo che la sua clessidra conteneva meno sabbia di quella di una persona comune. A due anni passava il tempo con fogli e matita, mettendo su carta quello che vedeva intorno a sé. A sette anni vinse un concorso di disegno e dovette dimostrare di esserne l’autore, alle medie una sua opera inviata dagli insegnanti a un concorso all’isola d’Elba venne rimandata indietro perché era evidente che fosse stata fatta da un professore. Non sorprende che, a soli tredici anni e con la morte nel cuore, i genitori lo inviarono a Pescara a frequentare il liceo artistico, lo stesso di Tanino Liberatore, assecondando il suo talento cristallino. Da Pescara al Dams il salto fu quasi naturale. Nella Bologna di fine anni Settanta Pazienza divenne subito protagonista della nuova scena fumettistica italiana, imparando un linguaggio che non aveva mai esplorato prima.
Da esordiente a maestro
Il fulminante esordio con “Pentothal” nel 1977, il passaggio alla rivista “Cannibale” - creata da Stefano Tamburini e Massimo Mattioli - e la fondazione, insieme ad altri artisti dell’area bolognese, di “Frigidaire” nel 1980 sono i primi passi di Pazienza in un mondo che l’ha accolto, amato e idolatrato. È proprio su quest’ultima rivista che nasce il suo personaggio più famoso, quel Massimo Zanardi che era il riassunto di quello che lo circondava nella città felsinea. Il nome preso in prestito da un amico tassista, il resto era frutto di un mix di persone che frequentava, persone di cui non ha mai fatto il nome in pubblico. Gli anni erano passati, ma lo spirito d’osservazione non era cambiato.
Purtroppo in quel periodo Pazienza conobbe “un’amica” che avrebbe fatto meglio a evitare, l’eroina. Insieme a essa arrivarono quelli che Igort in un’intervista a Fumettologica non esitò a definire “gli sciacalli”. Lui disegnava, gli altri gli ronzavano intorno come api vicino ai fiori, cercando di compiacerlo, di approfittare della sua innata generosità, quella che solo i maestri hanno. Maestro lo fu per poco, prima alla “Libera Università di Alcatraz” di Dario Fo a Gubbio e poi alla “Scuola di Fumetto e Arti Grafiche Zio Feininger,” fondata da Brolli e Igort, scuola in cui insegnarono anche Magnus e Lorenzo Mattotti.
La fuga da Bologna
Poi gli toccò fuggire da Bologna, cercando di scampare ai suoi demoni. Si sa però che i demoni sanno aspettare e, al momento giusto, correre piuttosto veloce. Il 6 giugno del 1988 lo “catturarono” nel bagno di casa sua. Era tornato da poco da una vacanza in Brasile, si diceva fosse pulito. Nessuno ha mai saputo di cosa sia morto, ma tutti sono convinti che “l’amica” conosciuta a Bologna abbia posto fine alla vita del più grande disegnatore italiano del secolo scorso.
«La pazienza ha un limite, Pazienza no», diceva spesso. Illimitato era sicuramente il suo talento di disegnatore, che lo portò a lavorare nei più diversi ambiti, dalle scenografie alle copertine cinematografiche - “La città delle donne” di Fellini - o di dischi. Era però nei fumetti e nelle vignette che il suo genio irriverente diventava travolgente. Nessuno era al sicuro, lo sa bene anche il presidente Sandro Pertini, finito suo malgrado in una serie di vignette assolutamente esilaranti, in cui lo stesso Pazienza faceva da spalla.
Un altro a finire bersaglio del suo talento fu proprio Vincenzo Mollica, giornalista ma anche amico. Fu infatti Pazienza il primo a “paperizzarlo”, in un disegno che rimase nascosto in un cassetto per una decina d’anni, disegno che fu d’ispirazione per Giorgio Cavazzano per creare il famoso Vincenzo “Paperica” sulle pagine Disney.
Oggi “Paz” avrebbe compiuto settant’anni. Dove sia ora, nessuno lo può sapere; l’unica cosa indubbia è che avrà sicuramente una matita in mano.
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