Quando gli eroi stavano sulle figurine Panini
Franco Baresi Oggi i funerali del difensore dallo sguardo limpido diventato grande negli anni della “Milano da bere”. Visse il calcio come possibilità di riscatto e modello virtuoso, fatto di giovani calciatori in grado di farci sognare
Lettura 2 min.Un mazzo di 39 rose rosse, tante quante i tifosi morti nella tragica notte della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, il 29 maggio 1985 allo stadio Heysel di Bruxelles. Un gesto spontaneo, che da solo dimostra la grandezza dell’uomo prima ancora che del campione, testimone di un calcio fatto di sentimenti e passione, di dedizione e attaccamento alla maglia, di fair play sportivo che va oltre i colori della propria squadra.
Una rivoluzione culturale
Franco Baresi è stato uno degli ultimi testimoni di quel mondo, in cui gli uomini venivano prima dei contratti, dei procuratori, degli sponsor, del tourbillon mediatico, quando il calcio era affrontarsi sul campo, sicuri di essere squadra e combattere lealmente per la vittoria.
Franco veniva dal basso, figlio di contadini, e giovanissimo era già segnato dalla perdita dei genitori, ma quelli erano ancora i tempi in cui lo sport offriva la possibilità di un riscatto, e molti giovani speravano che il ciclismo o il calcio potesse toglierli dai campi o dalla fabbrica. Stavano per arrivare gli anni della “Milano da bere”, il made in Italy, soprattutto nella moda, conquistava il mondo, e anche il calcio si apprestava a vivere una vera e propria “rivoluzione culturale”, grazie a una squadra e a un allenatore che avrebbero vinto ogni possibile trofeo.
Baresi, il “piscinin”, si sarebbe trovato di colpo in un sogno, nella squadra più forte del mondo, il Milan di Arrigo Sacchi e Silvio Berlusconi, dopo aver debuttato diciassettenne con Liedholm in serie A, il 23 aprile 1978, contro il Verona, quando in formazione c’era un certo Gianni Rivera, alla fine della carriera, a cui Franco dava rispettosamente del lei. Prima dei fasti però, il purgatorio, con il Milan in B per il calcio scommesse, ma lui, già capitano a 22 anni, non molla la maglia rossonera, rimane a guidare la squadra, da predestinato. La bandiera sventola sempre, anche nelle difficoltà, come sarebbe successo per Del Piero e Buffon, con la Juventus retrocessa e loro saldi nel ruolo, sicuri di un’immediata risalita.
Il calcio di Franco Baresi non era già più quello in bianco e nero dell’intervista a Rivera in tram del giovane Beppe Viola, delle telecronache di Niccolò Carosio e dei giocatori fotografati in casa con mamme e fidanzate, ma era ancora un modello virtuoso per i giovani che si identificavano nei ragazzi dalle facce pulite che apparivano nelle figurine Panini e potevano essere i figli del vicino di casa.
E il Capitano, che non alzava mai la voce in campo e dominava la difesa con lo sguardo, era il simbolo della lealtà e del coraggio, della certezza del risultato, «perché noi siamo il Milan...», non più dei “casciavid” ma dei trofei mondiali.
Il futuro nel presente
Appunto, il Milan. L’artefice della rivoluzione calcistica, prima con Arrigo Sacchi tra 1988 e ’90, poi con Fabio Capello, con una grandinata di trofei, campionato, due Coppe dei Campioni, altrettante Intercontinentali e la Supercoppa Europea, una difesa a zona implacabile con Tassotti, Costacurta, Maldini e “Kaiser Franz” sul ponte di comando, movimenti all’unisono avanti e indietro per mettere in fuorigioco gli attaccanti avversari, e gente come Rijkaard e Ancelotti a centrocampo e i mostri Gullit e Van Basten. E lui, Baresi, che nei derby milanesi incrociava il fratello Beppe, sorrisi e botte, che inventa la figura del libero moderno, non più solo distruttore del gioco altrui, ma regista arretrato e incursore quando serve, con l’uscita dalla difesa palla al piede.Il futuro nel presente, il rispetto da parte delle altre squadre -in quegli anni c’era in giro il Napoli di un certo Maradona cui il Milan soffiò lo scudetto dopo un entusiasmante recupero- e la sensazione palpabile di scrivere la storia, con il numero 6 del Milan, maglia ritirata per sempre dal club, che parlava in silenzio grazie a una straordinaria forza interiore, alla lealtà e al senso di appartenenza, lontano dalla mondanità, come del resto faceva Gaetano Scirea, monumento juventino, anche lui rivoluzionario del ruolo, e un altro “Kaiser”, il tedesco Franz Beckenbauer, prototipo del libero moderno.
Oggi, nell’era del calcio-playstation di Infantino, dello spettacolo a ogni costo, dei diritti tv, del potere dei procuratori, e degli esborsi miliardari per calciatori normali, lo sguardo limpido di Franco Baresi, la sua classe e l’attaccamento ai colori, la correttezza in campo e il rispetto degli avversari, ci fanno quasi tenerezza, ed è per questo che tutti noi, anche se tifiamo un’altra squadra, aggiungeremmo a quelle 39 rose rosse la quarantesima, la più bella e più grande.
© RIPRODUZIONE RISERVATA