«Ronaldo, fenomeno alieno in campo». Adorato, temuto e rispettato
Libri. Stefano Piri dedica al campione di calcio una biografia, in occasione dei suoi 50 anni. Un calciatore che a lungo è sembrato invincibile, quasi uscito dai fumetti, e che accentrava il gioco su di sé e sulla propria fame di fare gol
Al primo controllo ti superava, al secondo ti bruciava, al terzo ti umiliava. Sembrava un extraterrestre”. Le parole di un “Pallone d’oro” come Fabio Cannavaro riassumono bene l’impatto che Ronaldo Luís Nazário de Lima, per tutti semplicemente “Il Fenomeno”, ebbe sul calcio dalla metà degli anni Novanta.
I calciatori più iconici del suo tempo - Da Zidane a Ibrahimovic, passando per Messi e Luis Figo - riconoscono la superiorità di questo novello Icaro che si è bruciato le ali sui verdi campi di calcio, in una folle corsa dove tutto quello che si interponeva tra lui e il gol era secondario, pura scenografia.
È stato adorato, temuto, rispettato. Il giornalista genovese Stefano Piri ha provato a raccontarne l’epopea in una biografia recentemente pubblicata dai tipi di 66th and 2nd, partendo dal principio; il racconto parte dalle prime partite da diciassettenne col Cruzeiro e arriva fino a quando le luci si sono spente per davvero ed “Il Fenomeno” è stato costretto ad accettare che con quel fisico martoriato, quello che sembrava costruito per dominare il mondo - e fu così, anche se solo per pochi anni - a calcio non avrebbe più giocato.
Cosa l’ha spinta a raccontare le gesta di Ronaldo?
La scintilla è nata dall’esplosione di diversi podcast che ho scoperto, dove venivano intervistate alcune vecchie glorie del calcio. Era pensiero comune che Ronaldo “Il Fenomeno” fosse il più forte di tutti. Ovviamente l’appartenenza generazionale aveva il suo merito in questa opinione diffusa, ma mi colpiva questa sproporzione, considerando che a livello di trofei non c’è paragone tra lui e uno come Messi. La sensazione è che chi ha vissuto la sua epoca d’oro abbia subìto uno shock culturale, la sensazione di vedere un alieno in un campo di calcio.
Perché Ronaldo era tanto amato dai colleghi?
Era il compagno ideale, viveva il calcio in maniera individualista, era come se fosse pervaso da una spiritualità diversa. Le sue squadre erano formate da dieci giocatori più Ronaldo. La sensazione era quella che si curasse a fatica dei compagni, ovunque sia andato è sempre stato il numero uno, forse solo a fine carriera al Real Madrid non è stato così.
I conflitti di Ronaldo sono tutti interiori, il suo vero nemico era se stesso, gli altri erano solo figurine che si muovevano per il campo.
Con gli allenatori non andò sempre bene. Capello lo definì un leader negativo...
Bisogna ricordare che il Ronaldo di Capello era a fine carriera e in non buone condizioni atletiche. Con gli allenatori il suo rapporto è stato buono fino a che è sempre stato trattato da numero uno assoluto. Sembra fosse noto il fatto che non sia stato un “grande lavoratore”, per un lungo periodo è stato sostenuto da doti che definirei sovrannaturali.
L’errore alla base del ragionamento di Capello sta nel fatto che Ronaldo non ha mai voluto essere un leader, non penso gli sia mai venuto in mente di essere responsabile per il comportamento di qualcun altro.
Però la sua carriera è composta da tanti titoli e riconoscimenti individuali, pochi di squadra. Come mai?
Un po’ credo sia sfortuna, un po’ il suo modo di intendere il calcio. Le squadre dove è più ricordato, Inter e Real, le ha scelte nel momento in cui aderivano al culto individuale del calcio, Moratti lo fece nel suo stile decadente, gli spagnoli creando “i Galacticos”. Non penso sia un caso che si sia sentito attratto da queste squadre.
Quanta sfortuna e quanta colpa c’è dietro i tanti infortuni che ha subito?
Sulla colpa ovviamente non mi posso pronunciare, penso che lui non fosse in grado di risparmiarsi in partita. Quando vedi le immagini incredibili dei suoi primi gol, quasi ti sorprendi che non si sia fatto male prima. Rimbalzava dagli scontri e si rialzava come un supereroe dei fumetti, sembrava non farsi mai male. Il tempo ci ha purtroppo dimostrato che in realtà era un essere umano anche lui.
Al contrario di altri calciatori, la sua vita fuori dal campo non è mai stata esplicitamente criticata mentre giocava.
Perché è passato in un attimo da due opposte narrazioni: all’inizio della carriera era talmente incredibile quello che faceva in campo che a nessuno importava del resto; dopo il tragico infortunio è subito stato circondato da grande affetto.
L’immagine del tendine rotuleo che si spezza durante la sfida Lazio-Inter di Coppa Italia è entrata nella storia dello sport.
Quell’infortunio fece rumore come i suoi gol e divenne un momento di rottura della storia del calcio. Ronaldo sembrava dovesse dominare, ma in quel preciso istante si intuì che il futuro era improvvisamente cambiato, l’idea di quello che prometteva di fare non si sarebbe mai più realizzata. Pur rimanendo un giocatore fortissimo.
Senza tutti questi infortuni sarebbe stato il migliore di tutti?
Non amo molto questa divisione in categorie, i giocatori vanno considerati nell’epoca in cui hanno giocato, l’evoluzione del regolamento conta molto. Diciamo che, nel momento del suo apice, il primo anno all’Inter, aveva un dominio tale che potevamo considerarlo “il calcio”, nome che tra l’altro gli diedero su FIFA, non avendo i diritti di usare quello del calciatore.
Quindi se fotografiamo quell’istante, ok, ma va considerato che calciatori come Maradona o Messi lo sono stati più a lungo, chi per un lustro abbondante e chi per un ventennio.Ci sarà mai un suo erede?
In senso stretto no, ma io credo che tutto il calcio che oggi vediamo nella Champions, con ritmi alti e intensità, sia una sua eredità, fatto a sua immagine e somiglianza.
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