«Sì, siamo nell’era del neocalcio. Como lo dimostra»

Bruno Bartolozzi, giornalista, ex team manager dell’Inter. Oggi a ZelbioCult per raccontare cos’è cambiato tra stadi, finanza e social

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Una indimenticata canzone del “principe” Francesco De Gregori, “La leva calcistica della classe ‘68”, recita così «Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore. Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore. Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia...». Romanticismo applicato al gioco del pallone e una metafora tra il campo e la vita. Oggi, nel 2026, dopo i mondiali panamericani, segnati dalla telefonata di Trump a Infantino e da altre “meraviglie”, il rito laico del calcio può ancora ispirare sentimenti nobili, tali da coinvolgere la collettività, in una dimensione educativa ed etica?

Ne parliamo con Bruno Bartolozzi, uno che di calcio se ne intende. L’occasione è la sua presenza a Zelbio Cult, questa sera, dalle 21, per parlare de “Il Neocalcio. Storia, filosofia e cronaca, tra stadi, finanza e social network”. È il libro che Bartolozzi ha scritto con Enrico Currò, altro nome di riferimento del giornalismo sportivo e non solo. Nel saggio, pubblicato da Rogas Edizioni, le due penne esaminano le evoluzioni che il gioco del pallone (e il mondo che gli sta intorno) ha subito nel tempo. Cambiamenti tesi a trasformare lo sport “più bello del mondo” in una nuova entità, quel Neocalcio, appunto, in cui, come afferma l’ex giocatore Walter Casagrande, che firma l’introduzione, “mancano proprio le scelte di cuore”.

Bartolozzi, con “Il Neocalcio” si esplorano, su base filosofica, le mutazioni dello sport più amato...

Io e Enrico Currò abbiamo deciso, dopo tanti anni di esperienza nel racconto calcistico e, nel mio caso, dopo aver ricoperto ruoli dirigenziali, che era ora di fotografare le evoluzioni del calcio non solo attraverso la cronaca, ma anche con strumenti filosofici. Sono debitore, in questo senso, delle riflessioni del professor Giovanni Matteucci, ordinario all’Università di Bologna, dal 2014, ed ex presidente della Scuola Italiana di Estetica. È da citare poi Federico Vercellone, maestro di Estetica, recentemente scomparso, ordinario all’Università di Torino. Importante anche Manlio Iofrida, fine esegeta delle dinamiche filosofiche contemporanee e storico della filosofia francese.

Il primo capitolo del libro, in una parafrasi audace dell’aforisma 125 de “La Gaia Scienza “di Nietzsche, afferma: «Dove se n’è andato il calcio? – gridò – Ve lo voglio dire: siamo stati noi a ucciderlo: voi e io! Siamo tutti noi i suoi assassini!». Il calcio è morto o è malato grave?

Non parlerei di malattia, ma di una trasformazione, in cui il mercato ha un ruolo clou. Esistono, però, nel mondo del pallone, delle forze di tipo vitalistico e relazionale - le stesse hanno camminato insieme alla nostra storia e alla capacità di formare delle comunità - che resistono al processo di razionalizzazione voluto dal business. Nel libro, abbiamo puntato l’attenzione alle strutture intrinseche nel calcio che più si prestavano a questa evoluzione e all’intervento del mercato.

Il processo ha preso il via un secolo fa. Corretto?

Sì. il fenomeno è in linea con i grandi stravolgimenti iniziati negli anni Trenta del Novecento: la nascita della società di massa e della cosiddetta “industria culturale”, in un mondo in cui si imponevano grandi scuole di pensiero: socialismo, liberismo e fascismo. Questo processo ha coinvolto il calcio come le arti e i linguaggi culturali e ha posto le condizioni per una destrutturazione e una diversa ricomposizione di essi, ai fini di sfruttarne ogni aspetto, frammentandolo (pensiamo agli highlights, al moltiplicarsi delle “finestre” di fruizione, alla parcellizzazione dei calendari) e monetizzandolo.

Cosa è cambiato dal Novecento al nuovo millennio?

Assistiamo a una forte accelerazione dei fenomeni descritti, per l’intervento di nuovi fattori, come la tecnologia e appunto, la finanza che è entrata sempre più “in campo”, alterando, per esempio, il modo di fruire da parte del pubblico.

Il calcio, da rito collettivo a prodotto?

Non succede solo nello sport. Nel libro parliamo anche del linguaggio cinematografico. Le conseguenze sono però molto più evidenti nel calcio, seguito da milioni di persone. L’equivalente dello sport, da un certo punto di vista, nella Grecia classica, era il teatro che nelle società antiche era un unicum, in rapporto con la polis. A partire dal Secolo breve, lo sport ha visto la separazione delle sue parti, l’apollineo e il dionisiaco, a vantaggio delle componenti razionali della società, poi prede del profitto. L’equilibrio che aveva fatto dello sport, per millenni, una trasposizione, in un linguaggio comprensibile a molti, di ciò che accade nella vita, ora è saltato a favore della razionalità e della stabilità e fruibilità della narrazione, in coerenza con il racconto della Storia.

E cosa sta succedendo?

L’apollineo è andato oltre, nel processo di razionalizzazione, a scopo di lucro. Va detto però che, elementi di dionisiaco, riferiti a schemi ancestrali, prelogici, resistono. Ne ho accennato, recentemente sul Corriere dello sport-Stadio (“Apollo e Dioniso all’ultima sfida” del 16 luglio ndr), in merito alla finale del Mondiale 2026. Pur essendo una kermesse improntata, fino al parossismo, alla monetizzazione, in finale abbiamo visto ricomporsi, nella partita tra Spagna e Argentina, proprio quell’unicum formato da apollineo e dionisiaco.

A proposito di Mondiali, cosa pensa dell’ingerenza della politica nella gestione sportiva?

Come nel mondo reale, anche il calcio è, da molti anni, mira di interessi superiori che mettono in campo operazioni al limite della legalità e che possono portare alla deflagrazione il sistema. Il calcio è un incubatore di fenomeni molto più estesi. La crisi della governance della Fifa riflette la crisi delle costituzioni liberali di molti Paesi.

Stringendo l’obiettivo, il caso del Como può essere considerato un esempio di “Neocalcio”?

La proprietà del Como si potrebbe inquadrare benissimo nelle conseguenze del Neocalcio. Con una particolarità. È evidente che si tratta di un investimento decretato a tavolino, in una realtà lontana dagli interessi diretti degli investitori, almeno della proprietà, in origine. Se questo poi si sposa con una tradizione e agisce nel rispetto di valori calcistici, si terrà conto delle strutture vitali che hanno creato la tradizione del calcio lariano. Se poi a questi investimenti e alle caratteristiche degli investitori si associa la scelta valoriale in ambito calcistico e non extra (stadio, speculazioni in borsa, ri-cessione del marchio etc.), allora il calcio può essere vitalizzato. In sostanza, se oltre agli investimenti e agli interventi si promuove un nuovo modo di valorizzare il calcio, ci si ispira a valori interni al calcio (il bel gioco, l’utilizzo dei giovani etc.), è un’operazione dentro il fenomeno del Neocalcio ma che può rendere compatibile questo disegno con un’idea rispettosa della disciplina sportiva. Bisogna vedere quanto durerà. Se fra quattro o cinque anni, si abbandonerà il progetto nelle forme apparse ora, allora sarà stato un tentativo speculativo in linea con le caratteristiche del Neocalcio.

Al netto delle inevitabili trasformazioni, come ricostruire l’identità del gioco del pallone?

Giocando. Recuperando il dionisiaco, ovvero il gioco praticato, il rapporto fra cielo e terra, fra l’ubriacatura della passione e i corpi, plasmati sulla vita. Lo sport non può essere solo visto o raccontato, ma va vissuto, e dopo, ammirato nelle forme contemporanee della sua riproduzione.

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