Sorge una nuova “Aurora” per gli Yes

Album Il nuovo disco della band, tra le più importanti per il genere del progressive-rock, ha una copertina futuristica. Le canzoni, invece, guardano al passato del gruppo, costellato di rivoluzioni frequentissime nella sua composizione

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Parlare di Yes, oggi, significa raccontare una band che ha quasi 60 anni di carriera alle spalle, che ha conosciuto diverse rivoluzioni al suo interno nel corso del tempo e che deve costantemente confrontarsi con un passato illustre per non deludere uno zoccolo duro di fan esigentissimi. I cambiamenti in formazione sono stati la regola, e non l’eccezione, per un gruppo che ha visto passare non meno di venti elementi e che, ora, non comprende più nessun membro originale. Steve Howe, il leader, chitarrista di leggendaria destrezza, è salito a bordo all’epoca del terzo disco, significativamente intitolato “The Yes album”, nel 1971.

Il tastierista Geoff Downes era stato reclutato brevemente nel 1980, assieme al compagno Trevor Horn, innestando con una mossa senza precedenti un duo pop – The Buggles – in un colosso del rock progressivo. Successivamente si era ritrovato con Howe negli Asia ed è ritornato nel 2011. Il terzo in ordine d’arrivo è il bassista Billy Sherwood, erede designato di Chris Squire, elemento centrale degli Yes dall’inizio fino alla sua scomparsa, ormai undici anni fa. Il basso tempestoso e fragoroso è sempre stato un elemento distintivo del sound e, quindi, andava mantenuto, scegliendo uno strumentista che era già stato parte del gruppo negli anni Novanta come chitarrista e tastierista aggiunto.

Vi sta girando la testa? Jon Davison non ha in comune solo il nome di battesimo con Jon Anderson, la voce storica, associata a tutti i successi, che si tratti della galoppata in perfetto stile seventies di “Roundabout” o della hit anni Ottanta “Owner of a lonely heart”. Il suo timbro è alto, acuto, e non potrebbe essere diversamente, non solo per una continuità stilistica, ma anche perché, in concerto, gran parte della scaletta è composta da canzoni del passato remoto. Infine Jay Schellen, quello che i più devono ancora metabolizzare, alla batteria dalla dipartita di Alan White da questa terra.

La terra degli Yes è, ancora una volta, quella fantastica, dipinta per la copertina da Roger Dean (i suoi paesaggi sono una parte dell’identità del gruppo non meno del contenuto dei dischi). Ottantunenne, si fa aiutare dalla figlia Freja che rappresenta, quindi, il futuro.

Le canzoni del nuovo “Aurora”, invece, guardano al passato. I punti di riferimento sono sempre “Fragile” e “Close to the edge”, anche se i brani tendono a essere maggiormente concisi. Sono anche orecchiabili, come dimostrano la stessa “Aurora”, con un riff orchestrale assolutamente già sentito, ma incisivo, o “Love lies dreaming”, dove le evoluzioni chitarristiche di Howe sono sostenute da una bella melodia.

Poteva mancare il brano epico? Naturalmente no: “Countermovements” con i suoi tredici minuti abbondanti si aggiunge all’elenco dei “pezzoni” degli Yes così come “Aurora” si aggiunge alla loro discografia, senza complessi. Secondo gli autori completa una trilogia con i precedenti “The quest” e “Mirror to the sky” mentre loro guardano già avanti.

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