Tegamini a Como con il suo primo libro: «Il mio anno con Dumas e la vendetta alla prova del tempo»

L’intervista Francesca Crescentini, traduttrice e divulgatrice letteraria nonché punto di riferimento sui social per i libri degli altri, ora ne ha scritto uno suo. Domani l’autrice sarà alle 18 alla Ubik di piazza San Fedele a Como

Non c’è alcun dubbio che “La vendetta è un ballo in maschera” sia il prodotto letterario delle riflessioni (vivaci) e del tempo (tanto) speso da Francesca Crescentini sul mattone (termine tecnico inevitabile) di Alexandre Dumas, “Il Conte di Montecristo”. Non c’è dubbio perché il tono sagace e il lessico preciso con cui Tegamini - la conosce così chi ama sentirla parlare di libri sul profilo Instagram e sul blog che porta questo nome -si occupa di letteratura da anni è filtrato nelle pagine della sua prima opera edita da Einaudi. Un’opera in cui dopo la morte della madre, si è presa il tempo di leggere un classico di quelli ingiustamente temuti e attraversarlo con tutto il bagaglio della propria vita. Lo racconterà domani alle 18 alla Ubik di Como con Francesca Marson (@nuvoledinchiostro).

Prima di tutto lei è traduttrice, abituata a prestare la propria voce ad altri autori: è stato difficile tenersi stretta la sua in questo primo libro?

La ricerca di una voce che mi facesse sentire a mio agio e non risultasse artificiosa è stata una scoperta che ho fatto scrivendo, in realtà: mi sono resa conto che volevo sentire come suono io.

Il libro racconta la sua vita mentre attraversa la lettura de “Il Conte di Montecristo”: si può dire che il libro sia stato anche un compagno di scrittura per lei?

Sì, è proprio così. Traducendo per lavoro sono abituata a non essere mai sola quando scrivo, c’è sempre l’altro autore come punto di riferimento. Qui i compagni sono due: Dantès ma anche Dumas.

La scelta di Dumas ha a che fare con il periodo che ha vissuto, dopo un lutto, e che racconta nel suo libro?

Dove sei tu a livello esistenziale quando leggi un libro ha un suo peso specifico: porti il libro con te nella vita ma porti anche la tua vita come bagaglio nella lettura. Quando ho iniziato a leggere “Il Conte di Montecristo” e a scrivere il libro ero molto arrabbiata e volevo leggere una storia che potesse prendere un’offesa che il destino mi ha rifilato e permettermi di ricomporla in un modo a me più comprensibile. Non sono convinta in realtà che i libri possano risolvere quello che ci accade, ma nel libro di Dumas ho trovato un posto accogliente e anche pronto a prendermi in giro.

Lei cita la vendetta di Dantès e accanto a questa anche la vendetta più pop di John Wick: cosa la affascina dell’obiettivo che i due si pongono?

La vendetta è una faccenda molto complicata, ma parte da una risposta viscerale: si vendicano i bambini così come le grandi compagini industriali, dando vita a reazioni molto strutturate e barocche. Dumas prende questo sentimento che tutti comprendiamo ma lo fa lievitare fino a renderlo assurdo. “Il Conte di Montecristo” è tutto troppo ed è questo che gli ha permesso di sfidare il tempo. Io poi ci ho messo anche John Wick, di cui parlo sempre con mio padre che ne è appassionato, come riferimento comprensibile a tutti. Pop appunto, ma anche Dumas in realtà era un autore pop, snobbato dalle alte sfere della letteratura e amato dai lettori.

Nel libro si osserva la sua quotidianità intrecciarsi con quella di Dantès, E intanto cambiate entrambi. Il tema del tempo è centrale per lei?

Sì ed è probabilmente il tema centrale anche per Dumas, più che la vendetta in realtà. Dantès ha paura di non avere abbastanza tempo per finire il suo lavoro. Ma il problema della vendetta è che deforma il tempo e quindi anche chi la compie, perché mette il passato come futuro e piega il presente a servizio del passato.

Il tempo ossessivo di Dantès è un po’ anche il nostro?

Sì, noi siamo quasi rassicurati dalle incombenze: se accumuliamo tante cose da fare o anche da leggere ci sentiamo meglio e non accettiamo più di avere spazi sgombri, bolle in cui galleggiare. Scrivere questo libro per me è stato anche questo: usare il tempo per fare spazio, per far crescere qualcosa di nuovo. A volte mi chiedevo “chissà se ha senso”, ma è stata una lunga e bella avventura. Bella perché il libro di Dumas è ingegnerizzato per essere bello e popolare e infatti ci sono anche edizioni degli anni ’20 destinate solo ai ragazzi. È un libro che ti porta a spasso ed è scritto da qualcuno felice di stare al mondo.

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