Addio Tetsuya Chiba, nei suoi manga sportivi storie di rivalsa come quella di “Rocky Joe”

Da riscoprire Scomparso a 87 anni, il fumettista giapponese lascia una grande eredità artistica. Le sue opere raccontano fragilità umana, sacrificio e ricerca di un futuro migliore

Lo scrittore Ikki Kajiwara è scomparso da quasi quarant’anni, il Namidabashi - “il ponte delle lacrime” - non esiste più e, dal 22 ottobre scorso, anche il Maestro Tetsuya Chiba ha abbandonato questa terra, a 87 anni. Chissà se si sarà spento “con una fiamma rossa e accecante”, per poi lasciare solo bianca cenere, come disse il suo personaggio più famoso, Joe Yabuki, dalle nostre parti noto come “Rocky Joe”.

Rivincita sociale

Chiba, nato a Tokyo nel gennaio del 1939, visse la prima parte della sua vita in Manciuria, per poi rientrare in Giappone solo al termine della Seconda Guerra Mondiale. Iniziò giovanissimo a interessarsi al lavoro di mangana, partendo dai libri a noleggio nel circuito dei kashihon.

La sua carriera iniziò a decollare nei primi anni Sessanta, concentrandosi quasi esclusivamente su manga sportivi e di rivincita sociale, cosa non sorprendente per un autore partito dal basso; iniziò dal nulla e finì per essere considerato uno dei maestri riconosciuti del fumetto nipponico, tra i primi mangaka a diventare membro della “Accademia d’arte giapponese” - insieme a Yoshiharu Tsuge - e il primo assoluto a vincere il “Kikuchi Kan Prize” per il suo contributo alla cultura giapponese.

«I manga di Tetsuya Chiba non invecchiano - ricordò in un’intervista Rumiko Takahashi, celebre mangaka nipponica, autrice di “Lamù” e “Ranma 1⁄2” - mi colpivano da bambina e continuano a colpirmi da adulta. Il suo talento è sorprendente e lo rispetto profondamente».

Chiba era in grado di lavorare sia come autore unico, sia di poter svolgere il semplice ruolo di disegnatore, affiancando uno scrittore. Il suo tratto prende spunto dal classico stile giapponese pulito e ordinato, in grado di accendersi magicamente in pose dinamiche efficaci e coinvolgenti, frutto di un evoluzione stilistica e di una voglia di progredire che non l’ha mai abbandonato, avendo “spezzato la matita” solo lo scorso settembre, quando ormai non aveva più le forze di proseguire “Diario di una vita tranquilla”, il racconto autobiografico sulla sua vita che rimarrà purtroppo incompiuto, ma di cui potremo leggere comunque diverse pagine grazie alla pubblicazione di “Star comics” in corso d’opera.

Tornando alla sua carriera da autore unico, i lavori di Chiba sono spesso legati a doppio filo allo sport, visto come scuola di vita e di crescita continua.

In Italia, grazie alla loro trasposizione animata, abbiamo potuto guardare nei pomeriggi televisivi le avventure dello studente Taiyo Mukai (Lotti) - tutti ricordano il celebre “Spa-ghe-tti”, che dubitiamo fosse opera del Maestro - in “Tutti in campo con Lotti”, cartone animato dove un giovane ragazzino provava a riscattare la sua famiglia diventando un campione di golf. Teppei passava dal diventare una specie di selvaggio ingestibile all’entrare nella squadra scolastica di Kendo, uno degli sport in cui servono maggior attenzione e concentrazione.

Non sono invece arrivate in Italia le avventure di Matsutaro Sakaguchi, giovane dalla forza erculea e dalla sinistra somiglianza con “Mammuth Nishi”, alla ricerca del suo futuro nel mondo del sumo. Tre opere diverse che però contengono tutte una costruzione di un immaginario positivo in cui persone partite dal basso hanno poi finito per risalire la china, un passo alla volta.

La sinergia con Ikki Kajiwara

Il picco della carriera Chiba lo raggiunse però grazie all’aiuto del celebre scrittore Ikki Kajiwara, il nome d’arte dietro cui si celava Asaki Takamori, eccellente in due cose: il talento per la scrittura e quello per cacciarsi nei guai.

“Delinquente prestato al fumetto”, Takamori ha regalato ai ragazzi italiani nati tra gli anni Settanta e Ottanta due personaggi ancora oggi difficili da dimenticare: Joe Yabuki - illustrato proprio da Chiba - e il lottatore Naoto Date, protagonista de “L’uomo Tigre” (senza dimenticare “Tommy. La stella dei Giants”, per i disegni di Noboru Kawasaki).

La coppia Kajiwara-Chiba lavorò ad “Ashita no Jo” - traducibile in “Joe del domani” - nel 1968 su Weekly Shonen Magazine, terminandolo cinque anni più tardi. In Italia arrivò prima sotto forma di anime nel 1982 - su Rete 4, intitolato “Rocky Joe” - e poi nel 2002 anche in versione cartacea, pubblicato da Star Comics in venti volumi.

Tutt’altro che uno “Stallone”

A parte la “furbata” tipicamente italiana di inserire un Rocky per cercare di associarlo al celebre personaggio di Stallone, la creazione di Chiba e lo “Stallone italiano” non potrebbero essere più diversi, nonostante partano da una radice comune: una vita di indigenza e povertà. Ma se nel film americano la speranza si nasconde dietro ogni angolo, nell’opera nipponica si respira proprio l’atmosfera opposta, la sensazione che le cose prima o poi finiranno male, che il destino di Yabuki sia la perdizione.

Non c’è salvezza per lui, nemmeno per l’amico e rivale RIkishi, morto sul ring e incredibilmente celebrato in un funerale reale, con duemila persone presenti - e neanche per Carlos, diventato un “punch-drunk”, un pugile suonato.

Ed è proprio nel momento dello scontro finale con Mendoza che l’opera tocca il suo punto più alto, ed è tutto merito di Chiba. Fosse stato per Kajiwara, il destino del pugile proveniente dal riformatorio sarebbe stato lo stesso di Rivera, accudito da Yoko. In realtà Chiba chiese di poter intervenire e firmò il suo capolavoro, quella pagina finale con il pugile sereno, immobile, che lasciava e lascia tutt’ora più domande che risposte.

Adesso che il Maestro è salito nell’Olimpo dei disegnatori, nessuno potrà più sapere il destino di Joe Yabuki. Ed è sicuramente giusto così.

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