Questa sera al Sociale la prima di Turandot: «Un’alba catartica che ci interroga: il mondo si salverà?»
L’intervista Nadir Dal Grande ha curato regia, scene e costumi dello spettacolo in scena stasera: «Due gruppi separati: i relitti umani di Pechino e chi porta luce»
Lettura 2 min.Sarà “Turandot” di Giacomo Puccini, nella forma incompiuta, l’opera che inaugurerà, questa sera, la Stagione 2026/2027 “Volt”, del Teatro Sociale. Il pubblico della Prima potrà assistere alla rappresentazione del melodramma pucciniano con la regia, le scene e i costumi firmati da Nadir Dal Grande e la direzione del maestro Alessandro D’Agostini.
Viene proposto un nuovo allestimento con un progetto che parla una lingua giovane. È stato infatti pensato dal team under 35 vincitore della terza edizione del bando per la selezione di un progetto di regia, indetto da OperaLombardia. Capofila del gruppo è Nadir Dal Grande che ha curato regia, scene e costumi, mentre le luci sono realizzate da Jenny Cappelloni. Proprio con il regista parliamo delle peculiarità dello spettacolo che vedremo stasera.
Dal Grande, partiamo della scelta di portare in scena la “Turandot” incompiuta, senza aggiunte al lavoro del Maestro Puccini, che morì prima di finire la sua composizione. In che modo, questa incompiutezza condiziona la messinscena?
Il fatto di lavorare sull’incompiuto ci veniva richiesto dal bando, per una precisa scelta dell’organizzazione. Certamente questo ha implicato delle conseguenze. Come è noto, l’opera si ferma nel terzo atto, dopo la morte di Liù, lasciando la vicenda in un’atmosfera di sospensione. Ho capito che questo “limite” offriva un’opportunità drammaturgica, mettendo al centro la figura di Liù e sublimandone il sacrificio. L’alba arriva, Calaf ha vinto ma non sappiamo se Turandot scoprirà il nome dell’eroe o se farà sterminare tutto il popolo di Pechino.
L’alba non appare del tutto rassicurante...
Sarà una luce catartica, ma violenta. Una sorta di apocalisse.
C’è qualche voluto riferimento attualizzante?
Le scelte riguardano la storia messa in musica da Puccini e non abbiamo cercato riferimenti stringenti all’oggi. Certamente, però, quest’alba purificatrice può essere letta come l’amara consapevolezza di quanto sia sbagliato il tentativo di tenere in piedi un mondo malato, marcio. Il popolo di Pechino, davanti al sacrificio dell’innocente Liù, anima pura, immolata al potere, riflette sugli errori fatti e si chiede quanto e se sia possibile tornare indietro.
Nella messinscena c’è un forte dualismo tra due gruppi distinti. Perchè?
Da una parte c’è il mondo di Pechino, popolato di relitti, fantasmi che si muovono in uno spazio contaminato da una sostanza nerastra. Qui domina Turandot, algida, lunare, quasi disumanizzata e deificata. Dall’altra parte, portatori di vita sono personaggi come Calaf e Liù. Anche i materiali dei loro costumi e la luce che li caratterizza sono in contrasto.
Il contrasto vede Turadot e Liù su poli opposti.
Sì. La prima è irrecuperabile, resta statica nella sua chiusura, simbolo di morte. Liù invece subisce una forte evoluzione. Da figura timidissima che non riesce neppure a guardare negli occhi o a toccare Calaf, di cui è segretamente innamorata, a coraggiosa eroina che riesce a dare del tu alla temibile principessa. L’influsso di Liù avrà conseguenze anche sulla scenografia.
Lasciamo al pubblico il piacere della scoperta, ma per concludere, che cosa significa per lei lavorare a questo spettacolo che apre la Stagione comasca?
È stata una bella e importante esperienza e soprattutto un modo per confrontarsi con un gruppo di lavoro molto collaborativo. Vorrei sottolineare l’opportunità, rara, di dialogare con grande intesa con il Maestro D’Agostini. Abbiamo condiviso le scelte e questo è stato positivo anche per i cantanti che hanno sposato la comune idea sull’interpretazione. Vedrete in scena dei personaggi non stereotipati ma ben calati nel contesto.
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