(Foto di chiara mirelli)
Novità Storico elemento della Pfm e collaboratore di De André. Da Guccini a Vecchioni, da Ranieri agli Afterhours ha prodotto, arrangiato e suonato con tutti i più importanti musicisti italiani. Per i suoi 80 anni pubblica dieci brani
Lettura 1 min.All’estero lo chiamavano Paganini, giocando sulla quasi omonimia con il grande compositore e violinista, in Giappone era considerato uno dei primi dieci musicisti al mondo. Eppure, proprio all’apice di una carriera incredibile, Mauro Pagani decise di lasciare la Premiata Forneria Marconi, con cui aveva raggiunto un successo mai conosciuto da nessun’altra band italiana, per dedicarsi allo studio della musica etnica, all’apprendimento di nuovi strumenti musicali, alle collaborazioni più disparate con musicisti celeberrimi, ma anche sconosciuti.
Insomma, come si suol dire, diede un calcio alla fortuna per lanciarsi nel vuoto, senza paracadute.
A ottant’anni compiuti, con un nuovo album freschissimo di pubblicazione, può guardarsi indietro con legittimo orgoglio – lo ha fatto nel documentario “Andando dove non so. Una vita da fuggiasco”, uscito nelle sale nel febbraio scorso e ora disponibile su Raiplay. Una cosa ha davvero in comune con il compositore dei “Capricci”: «Paganini non ripete», recita un celebre motto e anche Pagani non ha mai amato replicare quanto fatto in precedenza. Un’eccezione per la scena artistica nostrana dove si tende, individuata una formula funzionale e redditizia, a replicarla all’infinito, abbandonandola, semmai, per necessità, di fronte a un pubblico assente o a una critica avversa.
La Pfm aveva conquistato il mondo dopo essere stata la prima formazione italiana a raggiungere il primo posto in classifica. Con loro il versatile violinista e flautista, aveva scritto i testi per diversi brani entrati nella storia (“Impressioni di settembre” e “La carrozza di Hans”, “È festa”, “Dolcissima Maria”) oltre ad avere trovato il nome per la nuova versione di quelli che, in epoca beat, si chiamavano... I Quelli (la Forneria Marconi era un must della sua nativa Chiari).
Era l’era del prog, fatta di lunghi e intricati brani, ricchi di digressioni strumentali virtuosistiche e la Pfm si misurava ad armi pari con colossi come King Crimson e Genesis, interessando Emerson, Lake & Palmer che misero questi ragazzi italiani sotto contratto con la loro Manticore. Però, raggiunta quella vetta, Mauro iniziò a sentirsi stretti addosso gli abiti della rockstar mondiale e anche il cappello di un genere che, a dispetto della sigla, di progressivo per lui aveva poco o nulla.
Ed ecco il gran rifiuto, la scelta di lasciare per incidere un disco, omonimo, fatto di sonorità provenienti dai quattro angoli del globo, coinvolgendo, oltre ai vecchi compagni, anche i “rivali” Area. Con Demetrio Stratos il progetto, purtroppo non concretizzatosi, di una nuova realtà musicale fino all’incontro con Fabrizio De André.
Proverbialmente pigro – sia detto con affetto – il poeta genovese era incline al cambiamento perché mutava spesso collaboratori, e se Pagani non lo convinse a compiere una traversata del Mediterraneo alla ricerca di suoni e strumenti, lo portò nella terra magica di “Creuza de mä”, tornando a stupire in tutto il mondo. Da allora non c’è artista che non voglia lavorare con lui, anche solo per registrare alle sue Officine Meccaniche a Milano (come fecero persino i De Sfroos, quando erano ancora gli studi Regson).
E il nuovo album, “Tutto è già qui”, dimostra che la storia, straordinaria, continua.
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