Un viaggio di due secoli in cento immagini
Mostre L’incredibile percorso curato da Denis Curti con “100 fotografie per ereditare il mondo” al Mudec di Milano. «Memoria visiva dell’umanità». Il dagherrotipo e lo scatto come documento, realtà e finzione, diario ed evocazione
Lettura 2 min.«La fotografia è un linguaggio che custodisce il mondo: conserva la memoria, rivela le trasformazioni, restituisce ferite, rinascite, cambiamenti, speranze. È fascinazione, conoscenza, bugia e verità insieme, uno strumento capace di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. È il linguaggio della contemporaneità e, insieme, la memoria visiva dell’umanità».
È con questa consapevolezza che nasce la mostra “100 fotografie per ereditare il mondo”, il nuovo progetto espositivo del Mudec di Milano in programma fino al 28 giugno e curato da Denis Curti. La mostra, prodotta da “24 Ore Cultura”, è un incredibile percorso che «intreccia la grande storia della fotografia con le tensioni, le domande e le ossessioni del presente», offrendo un viaggio per immagini - frutto di una selezione difficilissima - lungo due secoli.
«L’idea di “ereditare il mondo”, da cui il sottotitolo scelto per la mostra, si traduce - afferma Denis Curti, che ha curato anche la splendida mostra dedicata a Robert Mapplethorpe chiusa pochi giorni fa a Palazzo Reale - in una riflessione sul nostro tempo: un mondo complesso, segnato da trasformazioni tecnologiche, crisi ambientali, conflitti, multiculturalità crescente e un’eccessiva saturazione visiva. In questo scenario, la fotografia diventa un modo per orientarsi, per costruire coscienza, trovare un posto nella memoria collettiva».
È proprio dall’esigenza di leggere il presente che prende forma lo sguardo storico della mostra.
«Sono trascorsi più di 25 anni - aggiunge Curti - dall’inizio del Duemila, ma il nostro sguardo è ancora profondamente radicato nel ’900. Da qui, la necessità di avviare riflessioni strutturate sulla storicizzazione del presente, ma non è possibile costruire questo tipo di percorso senza partire dal passato. Per questo motivo “100 fotografie per ereditare il mondo” ripercorre l’intera e globale storia del mezzo, spingendosi fino alle sue più estreme sperimentazioni dal periodo della prefotografia con una meravigliosa lanterna magica, ai ritratti pittorici di Julia Margaret Cameron, passando per le prime ricerche tecnico-formali come dagherrotipi (uno di questi è reinterpretato con la Polaroid dal fotografo comasco Maurizio Galimberti, ndr), ferrotipi, ambrotipi. Da questo punto di partenza si sviluppa un percorso lungo due secoli, inizialmente cronologico e che, successivamente, si articola in aree tematiche».
La seconda sezione, “Fotografia: tra realtà e finzione” segna il passaggio decisivo verso la modernità. Qui la fotografia, ormai tecnicamente matura, comincia a esplorare nuove possibilità linguistiche e si apre alla sperimentazione con Man Ray, Rodčenko, Kertész. A seguire si aprono quattro sezioni tematiche che interpretano la fotografia come documento, diario, evocazione e, più in generale, «come uno degli strumenti attraverso cui l’immagine partecipa al racconto dell’esistenza umana». La terza sezione, “Fotografia come documento”, dedicata alla fotografia Window, è quella che osserva il mondo e registra gli eventi reali. In questo capitolo trovano spazio le immagini che hanno raccontato le guerre del ’900, lo sbarco sulla Luna, piazza Tienanmen, il crollo del Muro, Ground Zero, il Covid e, più in generale, quei momenti che hanno segnato in modo indelebile la storia contemporanea. «Sono immagini - spiega ancora Curti - che hanno scosso coscienze e contribuito a costruire la nostra memoria collettiva: nel ’900 il fotografo era davvero l’“occhio del mondo”».
A questa prospettiva si affianca la quarta sezione, “Fotografia come diario”, dedicata alla fotografia Mirror, che indaga il mondo interiore, le identità, i desideri, le ambiguità del sé e quella dimensione della memoria che va oltre l’evidenza visibile.
La quinta, “Fotografia come evocazione”, è dedicata invece all’ambiguità del linguaggio: un territorio in cui la fotografia diventa evocazione, metafora e costruzione simbolica. Qui le immagini reinventano il reale attraverso la finzione, l’allestimento e la stratificazione visiva.
Dalle ambiguità del linguaggio si approda infine alla sesta sezione, “Fotografia come bussola per il domani”, dedicata ai nuovi autori e immaginari del XXI secolo, «un panorama in cui reale e post-digitale si sovrappongono continuamente». È qui che la fotografia contemporanea affronta in modo diretto e radicale i temi che definiscono il nostro tempo: multiculturalità, questioni di genere, migrazioni, conflitti civili, crisi ambientali e nuovi modelli di appartenenza.
«Insieme - conclude Denis Curti - queste opere mostrano come il nostro secolo abbia ormai sviluppato una propria morfologia: un tempo rapido, instabile e iper-connesso, ma al contempo ricco di possibilità. In questo contesto la fotografia non è più soltanto strumento di osservazione, ma diventa un dispositivo capace di riscrivere il futuro, intrecciando culture, popoli, amori e generazioni e restituendo la complessità del mondo in cui viviamo».
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