Barriere architettoniche a Como, un giro con Francesca: «Il lungolago? Un disastro»
Accessibilità Francesca Pergola e la sua vita in carrozzina elettrica: «A Ibiza anche le discoteche sono accessibili. Sogno di andare a vivere per conto mio, amo i miei genitori ma voglio l’autonomia»
Lettura 4 min.Tornata da una vacanza a Ibiza, non ha dubbi: «Lì persino le discoteche erano accessibili. E ti senti un po’ normale, ti dimentichi di essere sulla carrozzina.Perché la disabilità la senti quando hai un ostacolo. Sennò non pensi neanche di essere in carrozzina».
«Il lungolago l’hanno creato già con le barriere architettoniche»
Francesca Pergola, nata nel 1992 e cresciuta a Senna Comasco, si sposta con una carrozzina elettrica. La guida attraverso un joystick, che comanda con la mano destra. A Como viene spesso per fare un giro, ma stavolta abbiamo deciso di accompagnarla per capire com’è muoversi sul lungolago e dentro le mura di Como quando non lo si può fare con le proprie gambe. All’appuntamento, sotto lo stadio Sinigaglia, arriva con la sua macchina adattata, per cui ha dovuto spendere non pochi soldi («la Regione rimborsa solo una parte degli adeguamenti»). Cappello per il sole, borsetta rosa, unghie rigorosamente smaltate con brillantini, perchè è così che le piace farsele. «Di solito cerco parcheggio qui, a Como ci sono pochi posti per i disabili». C’è infatti una beffa: autosili e supermercati con parcheggio sotterraneo sono pieni di stalli gialli. Ma alla sbarra bisogna potersi sporgere per schiacciare il pulsante e prendere il biglietto. Non è detto che si riesca, come nel caso di Francesca. Joystick alla mano, il primo tratto è quello del lungolago Mafalda di Savoia: «Questa pavimentazione è praticamente oro rispetto alle altre». Con l’acqua del lago blu alla sua sinistra, Francesca inizia a raccontare. Di come i battelli siano accessibili («tranne quelli del servizio rapido» )ma i paesini in cui sbarca no. Dei treni, che può prendere solo avvertendo prima il personale, ma che riservano comunque brutte sorprese: «Mi è successo di perderlo.Io ero davanti al treno, nessuno è sceso ed è partito. Mi sono sentita umiliata».
Mentre procediamo verso il centro, racconta anche del suo sogno di avere un progetto di vita indipendente: «Così come sono adesso, non potrò mai andare a vivere da sola, perché io non sono autosufficiente per niente. Tranne per guidare la macchina, ho bisogno di un’assistenza continua. Sogno di andare a vivere per conto mio, senza pesare sempre sui miei genitori. Li amo, non mi fanno mai mancare nulla, però stanno invecchiando. E a volte hai quella giornata in cui ti vuoi svegliare in silenzio, o trascorrerla in intimità con il tuo ragazzo, e non puoi». C’è poi la questione del lavoro: in passato Francesca ha fatto un’esperienza in un’agenzia di viaggi. Racconta di quanto bene le ha fatto per diventare meno timida, ma se ora volesse trovare un impiego, sarebbe messa sotto scacco da un meccanismo che le persone senza disabilità sottovalutano: «Se io mi metto a lavorare, mi viene tolta la pensione, che però mi serve per pagare l’assistenza, visto che non sono autosufficiente».
«Per non incastrarmi, rinuncio a guardare il bello»
Arriviamo sul lungolago, in piazza Cavour: «Mi sono sentita presa in giro: l’hanno creato già con le barriere architettoniche. Di solito in altri posti ti dicono “è un’opera vecchia”. Ma qui il lungolago è stato appena fatto».Non è un caso se, nel 2025, Francesca si è filmata in questo esatto punto, insieme a Andrey Chaykin, anche lui membro dei Disabili Pirata, un collettivo che denuncia i problemi esistenti con le barriere architettoniche. I punti critici denunciati in quel video sono gli stessi contro cui Francesca punta il dito adesso. «Non capisco dove devo andare, è pieno di gradini e i percorsi per le carrozzine non sono segnalati». Per superare i vari scalini, è richiesto di andare avanti e indietro più volte. «E mi dà fastidio sapere che all’interno del Comune c’è una consigliera con disabilità che ha votato contro l’abbattimento di queste barriere architettoniche. Mi è stato detto che il progetto è di 18 anni fa, ma puoi dare il tuo contributo per cambiarlo ora». Nel suo paese, a Senna Comasco, «le poste sono state ristrutturate, ma per entrare, dovrei tirare la porta, e non posso. Prima, anche se era pesante, potevo spingerla sfruttando il motore della carrozzina». Ferme al semaforo di piazza Cavour, Francesca si gira di 180°, dando le spalle alla strada: «Se la prendo da davanti (la rampa ndr) rischio di ribaltarmi perchè è ripida». Non è l’unico caso: tra piazza Cavour e piazza Perretta, Francesca non riuscirà a salire dalle rampe di pietra dei marciapiedi. Troppo ripide, le ruote della carrozzina elettrica girano a vuoto. In piazza san Fedele, così come sui lastroni, lo schienale non basta ad attutire le vibrazioni, e lei parla di meno: «Adesso non ti sto neanche guardando in faccia, non perché non voglio, ma perché devo stare attenta, capisci? Per non incastrarmi nelle fughe o nei tombini, mi dimentico di guardare in alto e di osservare il bello. Un po’ come se stessi guidando l’auto».
Imboccata via Luini, il cappello di Francesca si confonde tra i turisti. E davanti alle vetrine dei negozi, inizia una cascata di aneddoti: «Hanno quasi tutti i gradini, ti dicono di chiamare quando sei fuori, immaginati se piove. Ma mettimi un campanello, così almeno sai che sono lì in attesa. Capisco che la città è vecchia, però non è che devo stare lì a sgolarmi o chiedere aiuto a chi passa per strada». Ma in quelle vie del centro di Como è rimasto anche il ricordo di un episodio spiacevole: «Io e una mia amica volevamo comprare prodotti di make-up, ma al negozio mi hanno detto che non avevano la rampa. Tu pensa a questa commessa che ti porta i prodotti e ti trucca in mezzo alla strada, non è bello. Penso che ognuno di noi merita di avere la propria dignità, di farsi servire in un negozio come gli altri». Certo, Como non è un caso a sè e «sicuramente è messa molto meglio di Milano», ma il Lario è comunque uno dei luoghi di quell’Italia bella e varia, che fa ancora fatica a realizzare ciò che si è promessa a partire dalla legge 13/89.
«Purtroppo per viaggiare tranquilli bisogna andare all’estero» continua Francesca, che uando organizza un viaggio, prende spunto dalle esperienze di chi ha viaggiato prima di lei, ma è una cosa che va fatta con le pinze: «Chiedo agli hotel di mandarmi le foto della stanza prima di prenotare, perchè non mi fido. Mi sono trovata un gradino non specificato, o un letto davvero alto, su cui è stato difficile salire. Molte persone con disabilità non vanno in vacanza perchè hanno paura di trovarsi in queste situazioni». Un avvertimento a chi gestisce una struttura ricettiva: scrivere la parola “accessibile” serve a ben poco. «Se per me un luogo non è così difficile da attraversare, per un’altra persona che ha problemi diversi diventa impossibile.O anche il contrario. Io ad esempio non posso fare certe manovre che una persona con carrozzina manuale può fare».
«Tendiamo sempre a pensare che le persone con disabilità siano tutte uguali - conclude Francesca prima di tornare all’auto -. Ognuno è diverso, ognuno ha le sue esigenze, le sue difficoltà». E, per quanto non sia ancora un fatto accettato, ognuno ha i suoi legittimi desideri, perchè l’essere umano è fatto così, anche quando si sposta con una carrozzina.
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