Betlemme deserta: «Sarà un Natale strano durante la guerra»

La testimonianza Miriam Bianchi vive a Gerusalemme: «Da undici anni a mezzanotte sono sempre nella grotta»

Una grotta al centro di tutto. Il Natale, nel suo significato più profondo e originario, è questo: un bambino in una grotta. Per Miriam Bianchi, comasca trapiantata a Gerusalemme, è ancora così, da undici anni a questa parte e proprio come due millenni fa.

«Il mio Natale? Una mezz’ora di pace nella grotta di Betlemme, dove tutto ha avuto inizio».

Miriam, figlia di Mario Bianchi che proprio a Como fondò il Gtr (Gruppo turistico rebbiese), dal padre ha ereditato la passione per la Terra Santa, un luogo che si è poi fatto casa per lei.

A Gerusalemme, dove vive con il marito, originario di Israele, anche lui cattolico come lei, e il figlio piccolo, lavora per “Custodia di Terra Santa”, un centro media francescano. Così, da undici anni a questa parte il suo Natale è decisamente fuori dagli schemi, ma senz’altro autentico.

«Per Natale tutti vengono a Betlemme, sempre. I cristiani della Terra Santa, i pellegrini da tutto il mondo, ma anche tanti musulmani che ben conoscono la gioia che riempie le vie di Betlemme in occasione del Natale». Questa volta però sarà diverso. A rendere difficile la celebrazione del Natale in Terra Santa è lo stato di guerra in cui si trova Israele dal 7 ottobre, dopo l’attacco del gruppo radicale palestinese Hamas che ha portato a più di due mesi di bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza, con altissimi numeri di vittime palestinesi, e che ha infiammato l’intera Cisgiordania.

«Parliamo di centinaia di migliaia di persone riunite a Betlemme, di solito: è ciò a cui mi sono abituata negli ultimi undici anni, questa volta invece sarà decisamente diverso - spiega Miriam - La cosa che mi piace di più del Natale qui è la messa che si fa nella grotta con la parrocchia, prima dell’arrivo del patriarca: siamo noi ad allestire lo spazio, insieme ai francescani. È l’unico giorno dell’anno in cui la grotta è in mano ai cattolici e lì vivo proprio una mezz’ora di pace, un momento prezioso».

Quest’anno però silenzio e solitudine saranno le cifre distintive delle festività natalizie, tra Gerusalemme e Betlemme: «Sarà strano e un po’ fatico a immaginarlo perché siamo abituati a pensare che per Natale tutto il mondo quanto meno volga lo sguardo qui, a Betlemme». Gli sguardi sono puntati in effetti, anche se la ragione di questa attenzione è tutt’altro che felice o pacifica come Miriam descrive il “suo” Natale.

Restano però le tradizioni italiane, quelle che la comasca ha portato con sé in Terra Santa quando si è trasferita.

«Ci riuniamo in famiglia, una famiglia decisamente allargata: di solito siamo circa venti persone intorno al tavolo. Ci sono l’albero e il presepe, naturalmente, lo scambio dei regali... Proprio come in Italia. Mio figlio però non è abituato a vedere una città addobbata per il Natale perché a Gerusalemme il 25 dicembre è un giorno come tanti altri: siamo pur sempre una minoranza religiosa e naturalmente questo ha un impatto sul modo in cui viviamo questa festa, che resta però centrale per noi».

Un’impressione, quella della città in cui la vita va avanti nonostante la ricorrenza, che inizialmente ha preso in contropiede Miriam, ma cui ora la comasca bada sempre meno: «È un Natale diverso da quello italiano. Quest’anno però la differenza sarà ancora più forte. Di solito ci sono punti della città in cui i cristiani si riuniscono per fare il presepe o accendere le luminarie. Questa volta no... Pregheremo però - aggiunge con voce convinta Miriam - pregheremo intensamente per la pace».

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