Dalle Alpi alle Ande. Un legame nato da chi cercò fortuna
La storia. Tra ’800 e ’900 tanti comaschi partirono per il Sud America. Oggi sono i loro discendenti a compiere il viaggio inverso per ritrovare sul lago le proprie radici, ancora vivissime
Lettura 3 min.Musso
Alcune storie non conoscono confini e, per fortuna, non restano chiuse tra i faldoni degli archivi o nelle stanze del passato. Reclamano spazio, chiedono di essere raccontate, trascritte e tornano a camminare.
La mostra in corso“Dalle Alpi alle Ande” nasce nel 2004 con il ritrovamento di un baule con oltre 500 documenti che testimoniano il legame tra il Lario e il Sud America. Oggi si declina in una mostra, un percorso permanente sul territorio e un libro firmato dallo stesso Pietro Berra, che verrà poi presentato domenica 15 novembre alle 15 durante il finissage della mostra in corso al Museo Civico Storico di Musso, in via Statale Regina 18. L’esposizione è visitabile fino al 15 novembre nelle seguenti modalità: a ottobre da martedì a sabato dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 17; a novembre, il giovedì e il venerdì dalle 10 alle 12, il sabato dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 17, e la domenica dalle 15 alle 17. Ingresso intero di 3 euro.
Eroiche, romantiche, a tratti dure, sono le vicende riscoperte dall’associazione “Sentiero dei Sogni” presieduta da Pietro Berra, giornalista de La Provincia. Riportate alla luce grazie al ritrovamento di documenti dimenticati, queste storie trasformano oggi un patrimonio invisibile in qualcosa di concreto, capace di emozionare e di creare nuovi legami. “Dalle Alpi alle Ande” è il progetto che le raccoglie: una mostra, un percorso permanente sul territorio e un libro firmato dallo stesso Berra, che verrà poi presentato domenica 15 novembre alle 15 durante il finissage della mostra in corso al Museo Civico Storico di Musso. Tra i cimeli esposti a Musso e i vicoli della Val Menaggio trova voce la grande epopea dell’emigrazione lariana: uomini e donne che, tra Ottocento e Novecento, lasciarono i borghi del Lario per cercare fortuna nel Sud America, abbandonando l’acqua dolce di casa per affrontare oceani ben più tumultuosi.
Tutto ha inizio nel 1836, quando Pietro Maldini salpò da Bene Lario a bordo di un veliero. Un viaggio avventuroso ed estenuante, durato mesi, verso una terra lontanissima. Ma Maldini non dimenticò il paese che aveva lasciato: una volta raggiunto il Cile, chiamò a sé compaesani e vicini, trovando loro lavoro e gettando le basi di una comunità lariana tra il deserto di Atacama e la città di Copiapó. Un legame così profondo da attraversare generazioni e oceani. «Per comprendere la portata di questa diaspora basti pensare a Bene Lario: su circa 340 residenti si contano quasi trecento votanti dall’estero, per lo più residenti in Cile - racconta Berra - Ancora oggi il sindaco viene eletto con una quota determinante di voti che arrivano dall’altra parte dell’oceano. È un legame culturale e familiare incredibile, che ha plasmato l’identità di interi borghi».
In questa trama umana si intrecciano vite che sembrano uscite da un romanzo. Come quella di José Nasazzi, figlio di un “picapreda”, uno scalpellino emigrato da Esino Lario. A Montevideo, mentre lavorava la pietra seguendo il mestiere del padre, Nasazzi diventava il capitano della nazionale uruguaiana di calcio, conquistando due ori olimpici e guidando la squadra alla vittoria del primo Mondiale, nel 1930. Una doppia esistenza, tra la fatica del lavoro manuale e la gloria sportiva, che racconta meglio di tante statistiche la forza di queste radici. «Il mondo ricorda Pelé come l’unico ad aver vinto tre Mondiali, prima di lui ci riuscì il figlio di un nostro scalpellino. Nasazzi continuò a lavorare il marmo finché la patria non gli affidò la direzione di un albergo, come riconoscimento per le sue imprese». La Fifa, infatti, ha riconosciuto alle due olimpiadi il valore di titoli mondiali e l’Uruguay, non a caso, ha quattro stelle cucite sulla maglia.
Poi c’è Carlo Maldini, partito orfano da Bene Lario e diventato in Uruguay un illuminato imprenditore e mecenate. Fondò il villaggio operaio di Palomas e finanziò gli studi all’Accademia di Brera a scultori destinati a lasciare il segno. Storie diverse, unite dal coraggio di partire e dalla capacità di trasformare le opportunità incontrate lontano in occasioni di riscatto, talento e generosità. Oggi quel patrimonio di ricordi prende forma in testimonianze e itinerari capaci di restituire alle comunità una parte della propria identità. Fino al 15 novembre il Museo Civico Storico di Musso ospita la mostra con documenti, fotografie e cimeli di viaggio; a Bene Lario e Grona, invece, i luoghi diventano le tappe di un racconto che si può percorrere a piedi. «Negli ultimi anni assistiamo all’arrivo di centinaia di discendenti che attraversano l’Atlantico per compiere il viaggio inverso. Cercano le case da cui partirono i bisnonni, consultano gli archivi comunali, si commuovono davanti ai lampioni di Bene Lario donati nel secolo scorso dagli emigrati per portare la luce nel loro paese natale».
Per accompagnare questo ritorno alle origini, a Bene Lario e Grandola ed Uniti è previsto un percorso permanente con 15 pannelli narrativi, la “Passeggiata dei due mondi”: un itinerario per condurre i visitatori nei borghi e raccontare una storia straordinaria. Il ponte tra passato e futuro passa anche attraverso alcuni alunni dell’Istituto comprensivo di Menaggio e i ragazzi della scuola Giuseppe Verdi di Copiapó che daranno vita a un gemellaggio epistolare. «I ragazzi si scriveranno lettere di carta, proprio come facevano i loro avi cent’anni fa, ripercorrendo le stesse rotte dei ricordi. Il prossimo marzo porteremo la mostra direttamente in Cile, a Copiapó, dove due dimore appartenute a nostri emigrati, Casa Maldini e Casa Tornini, sono diventate musei nazionali», conclude Pietro Berra.
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