Enrico, una vita dalla parte degli altri

La storia La gambe stanche di chi ha percorso tanta strada, i ricordi e le storie: ritratto di un “Commendatore” speciale

Le gambe stanche di chi, di strada, ne ha percorsa tanta, la memoria ricca di cassetti, di aneddoti, di storie di vita, e poi gli occhi buoni, caratteristici di un uomo che, nonostante il destino non sia stato particolarmente generoso nei suoi confronti, non ha mai smesso di dare la propria vita per gli altri, citando il titolo di un suo libro.

Enrico Fagetti, quasi 84 anni, di cui almeno una quarantina spesi nel sociale, è uno dei simboli del volontariato comasco, tanto che, nel 2020, è stato insignito dal Quirinale del titolo di Commendatore della Repubblica Italiana. «Ho ringraziato Mattarella al telefono – racconta, lui che, oltre a essere sempre il primo a darsi da fare, è anche il primo a dire grazie –. Per la verità non bado molto a questi riconoscimenti. A me piace fare. Però ho un desiderio: quando non ci sarò più, voglio essere messo nella bara con la medaglia al collo». Il suo lungo viaggio nel mondo del volontariato, fatto di incontri, relazioni, storie di vita e aneddoti, è iniziato nel 1984, proprio nella sua Olgiate Co, in oratorio, in mezzo alla comunità, a contatto con i bambini. «Ne avevamo circa 180, a cui far fare un po’ di sport – ricorda –. Non c’erano molti soldi, ma avevamo un prevosto molto in gamba, don Lorenzo Calori. Io mi ero messo d’impegno a lavorare sul campo da calcio, ai tempi un vero campo di patate, c’erano giù le radici di platani secolari. Ricordo che mi sono messo all’opera anche a Sant’Ippolito, festa del patrono. Don Lorenzo mi ha ripreso, perché in quel giorno non avrei dovuto lavorare. Gli ho risposto che non lo stavo facendo per me, ma per gli altri e che fare per il prossimo, e gratis, non è peccato». In poco tempo, l’oratorio è arrivato ad avere quattro squadre di calcio maschili e due femminili, oltre a due di pallavolo e una di atletica. Una bella esperienza, che Fagetti ricorda ancora con gioia e affetto verso tutte le persone con cui l’ha condivisa.

In seguito è stato, per 13 anni, presidente della pubblica assistenza Sos di Olgiate. Un’avventura iniziata come volontario qualche anno prima. «L’ho sempre fatto con passione, cercando di venire incontro ai più bisognosi – prosegue –. Ad esempio, c’era una signora che una volta al mese doveva recarsi a Firenze per delle cure. Il problema era che la patente Sos lì non era riconosciuta. La trasportavamo fino a Pavia e poi la trasferivamo su un’altra ambulanza che ci veniva incontro. Dopo un po’ mi hanno chiamato da Milano per chiedermi perché facessi una cosa del genere, non proprio ortodossa. Alla fine, abbiamo fatto noi il patentino per portarla fino in Toscana».

C’è stata, poi, anche una breve parentesi in amministrazione, come vicesindaco, dal 2006 al 2008, quando ha rassegnato le proprie dimissioni. Da allora, tutte le sue attenzione sono state rivolte verso la Fondazione Paolo Fagetti, intitolata al figlio, scomparso in un incidente d’auto il 16 agosto del 2004, e alla “Casa di Paolo e Piera”, che porta anche il nome di Piera Betti, volontaria del Sos di Olgiate. Un’iniziativa nata dalla volontà di proseguire nell’opera di volontariato in favore dei bambini bisognosi in cui, proprio il figlio Paolo, credeva molto. «Siamo partiti senza un soldo. Io ho venduto tutti i terreni che avevo per racimolare qualcosa. Nulla, però, sarebbe stato possibile senza la donazione di una nobildonna (Giorgiana Momo), che ci ha dato lo spazio per realizzarla». La struttura è stata inaugurata nel 2011 e accoglie, oggi, circa 30 minori con disabilità, la maggior parte con disturbi dello spettro autistico. Il pensiero di Fagetti è sempre rivolto a loro, di cui parla con amore e orgoglio.

Gli brillano gli occhi quando parla della Snoezelen Room, la camera sensoriale che «come per magia fa calmare i bambini». Quella stanza unica sul territorio che è andato a vedere personalmente a ore di distanza da casa, per poi portarla a Olgiate. Così come parla con emozione della nuova ala, che grazie anche ai suoi appelli e a diversi contributi solidali permetterà di ampliare ulteriormente l’offerta della Casa di Paolo e Piera e di continuare, così, sempre meglio, la missione del figlio. «È sempre stato altruista – ricorda Fagetti in conclusione –, e c’è un episodio che mi ha commosso. Tra le altre cose, Paolo insegnava grafica all’università, tanto che la sua classe ha tenuto un concorso per disegnare il logo della fondazione. Qualche tempo dopo la sua scomparsa, una ragazza e la sua mamma hanno suonato al mio campanello. Mi hanno raccontato che erano in difficoltà economica e mio figlio andava da loro per lezioni private. Erano venute a restituire 5mila euro che lui aveva prestato loro per permettere alla giovane di frequentare un master. Era la ragazza che aveva vinto il concorso per il logo della Fondazione. I soldi non li ho voluti: ho risposto che, evidentemente, se li meritava». Di padre in figlio e dal figlio, o nel suo nome, a bambini, ragazzi, giovani studenti. Una spirale di altruismo con il sogno di un domani migliore. Perché anche i giovani d’oggi, che Fagetti invita a «posare il telefono e a incontrare le persone», possano dare, in futuro… la vita per gli altri.

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