I giovani comaschi e il Papa: «Aiutatevi a rialzarvi»

Ragazzi da ogni parte del mondo a Lisbona per la Giornata mondiale della gioventù. Quasi un migliaio i comaschi

Le tele cerate sono state legate alle corde che separano i diversi settori in cui è stato suddiviso il “Campo della Grazia”, soprannome assegnato al parco Tejo, a Lisbona, in occasione della trentasettesima Giornata mondiale della gioventù. Per saldare una tela cerata con l’altra, attraverso gli anelli di metallo posti agli angoli, sono stati usati i lacci delle scarpe. Come a dire che da soli, ciascuno con le proprie scarpe allacciate e senza nessun riparo dal sol leone, non avrebbe senso vivere un’esperienza simile. Che anzi diventerebbe a quel punto più una tortura che un’avventura.

Prima della veglia di incontro tra un milione e mezzo di persone e Papa Francesco, uno dei momenti clou del raduno cattolico, si nota come quella delle cerate legate insieme sia un’idea comune a diversi gruppi di giovani. Così, passeggiando, quello che si offre alla vista, girandosi da ogni lato del parco Tejo, è una sterminata distesa di teste e cappellini, bandiere sventolanti nella brezza che rende sopportabile il caldo di agosto, distese di tele cerate immerse nella musica. Distinguere le parole delle canzoni è quasi impossibile ma capita, spesso, che una stessa canzone sia intonata in una, due, tre, decine di lingue diverse. Abbiamo portato Diogene in mezzo all’evento più importante per la gioventù cattolica di tutto il mondo, viaggiando con il gruppo della pastorale giovanile di Cantù, con l’obiettivo di raccontare cosa succede quando un milione e mezzo di giovani si riuniscono in un unico luogo, con mille sogni diversi.

Gli incontri tra culture diverse

Succede, ad esempio, che un gruppo di ragazzi della Palestina scambi con un gruppo di ragazzi della provincia di Como, insieme alle bandiere del loro Paese , anche i loro punti di vista sulla pace. E la pace è una parola sulla bocca di tanti al parco Tejo, anche su quella di Papa Francesco che ai suoi giovani, arrivati da migliaia di luoghi sparsi per il mondo per incontrarlo, ha affidato proprio questo «sogno», nell’angelus della domenica successiva alla veglia.

Ma per riconoscere un sogno occorre silenzio. Ce ne si è accorti in un momento specifico della veglia ed è stato quello solenne dell’esposizione dell’Eucaristia. Dopo ore di canti, chiacchiericcio, musica e nuove conoscenze, il buio è calato sul “Campo della Grazia” e, conclusosi il discorso del Papa, dal mare è salita una brezza leggera.

Quel venticello ha raggiunto tutti. «Come mani che accarezzano» è stato descritto, in seguito, dai presenti. Ma a colpire più di ogni altra cosa è stato il silenzio. Un silenzio unico nel suo genere: quello che si riesce a percepire solo dopo aver ascoltato il rumore che un milione e mezzo di giovani riuniti in un posto solo sono in grado di fare. Ed è quel silenzio che si crea quando tutti gli sguardi sono puntati verso un unico punto: un’atmosfera sospesa capace di suggerire che sia possibile sognare un sogno condiviso, verso cui correre con gioia. Un sogno che il Papa ha chiamato «pace». La gioia d’altra parte è stata la chiave di tutta l’esperienza di questa Giornata mondiale della gioventù. Sia per l’aria di festa respirata lungo le strade di Lisbona, sia per le parole con cui Papa Francesco si è espresso sotto le stelle: «Mi dà tanta gioia vedervi! Grazie per aver viaggiato, per aver camminato, e grazie di essere qui!».

Una gioia missionaria

La gioia che il pontefice ha voluto mostrare ai suoi giovani non è solo quella di chi parte, come loro, per un viaggio, ma deve essere anche quella di chi fa ritorno: solo così può essere missionaria. «La gioia è missionaria, ma questa gioia che abbiamo, altri ci hanno preparato a riceverla. Tutti, se guardiamo indietro, abbiamo persone che sono state un raggio di luce per la nostra vita: genitori, nonni, amici, sacerdoti, religiosi, catechisti, animatori, maestri… Loro sono come le radici della nostra gioia e allo stesso modo noi dobbiamo essere per altri radici di gioia».

Per realizzare questo compito è fondamentale continuare a camminare, anche quando si è vittime della stanchezza, come più volte è accaduto in Gmg. Stanchi si cade ma «c’è un motto degli alpini che amo molto - specifica Francesco - ed è che “Nell’arte di salire sulla montagna quello che conta non è non cadere, ma non restare caduto”». L’insegnamento del Papa è che in quel momento di stanchezza occorre rialzarsi e occorre farlo insieme: «Ricordate: l’unico momento in cui è lecito guardare una persona dall’alto in basso, ed è per aiutarla a rialzarsi». Un po’ come è successo con le stringhe cui si è rinunciato per qualche ora, per un progetto condiviso.

Per quelli più grandi, invece, occorre continuare a camminare e a rialzarsi, insieme.

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