Il primo viaggio in Burkina Faso durante la crisi politica: «Ora torno nella mia Africa, dove le piccole cose fanno la differenza»

Giulia TringaliIn Burkina Faso durante il colpo di Stato: «Ma io non vedo l’ora di tornare. Le ore di lavoro passano velocemente lì, è molto appassionante»

«Cosa mi ha colpito del Burkina Faso?» si chiede Giulia Tringali, 25 anni, comasca, ed esperta di sicurezza alimentare per un progetto dell’Ong Mani Tese. «L’incontro con le donne che lì ho seguito: mi hanno raccontato la loro vita e questo mi ha aperto un mondo, permettendomi di realizzare che basta davvero poco per incidere sulla vita di una persona… è agendo nel piccolo che si può fare la differenza».

Il pensiero di Giulia va a Ouagadougu e agli incontri fatti nella capitale del Burkina e nelle aree circostanti dove durante gli scorsi mesi ha lavorato per diversi progetti di Mani Tese.

L’incontro con le donne

«Dei tanti incontri che ho fatto - continua Giulia - ricordo benissimo quello con una donna, la presidente dell’associazione “Sorelle Burkinabé”, nel villaggio di Podeogo. Mi ha raccontato come prima dell’intervento di Mani Tese non era abituata a mangiare verdure, mentre adesso si nutre molto meglio e lo stesso i suoi figli. L’alimentazione ha aiutato lei e la sua famiglia a stare meglio e grazie alla formazione acquisita durante il progetto ha anche realizzato un giardino, che mi ha fatto vedere. Ecco, basta davvero poco per cambiare la vita di qualcuno».

Di Giulia su queste pagine avevamo già scritto, non solo per raccontare la sua esperienza in Burkina Faso con Mani Tese, ma anche per avere un punto di vista interno durante i difficili giorni che Ouagadougu ha vissuto lo scorso ottobre a causa di un colpo di stato militare. «Mentre ero in Burkina mi sono resa conto di quanti costrutti mentali abbiamo rispetto a ciò che è Africa, ho realizzato nel concreto quali problemi si sperimentano vivendo lì: per esempio, il colpo di Stato è qualcosa che spaventa, ma non è il problema principale delle persone del Burkina che infatti cercano di continuare la loro vita. Ho fatto come loro, anche perché il mio lavoro è davvero appassionante: non vedo l’ora di tornare».

Infatti la storia di Giulia in Africa è ancora tutta da scrivere: a gennaio tornerà a Ouagadougu con un rinnovo di contratto come responsabile dei progetti di Mani Tese in Burkina. Un lavoro che ricalca alla perfezione la sua formazione – una laurea in Politiche per la cooperazione internazionale – e un desiderio profondo: «Penso che tutto nasca dai racconti di mio papà, che in Africa ha viaggiato molto, forse quello è stato il seme di tutto- riflette - Poi però ci sono state le mie esperienze personali: da un lato l’amore per l’antropologia cultura, che mi aiuta a capire quanto la nostra visione sia troppo ristretta ma anche quante cose belle l’Unione Europea e l’Italia fanno in Africa. E poi senza dubbio l’incontro che ho fatto con l’Africa, qui a Como».

L’esperienza a San Giovanni

La svolta infatti per Giulia è stata l’esperienza in stazione San Giovanni a Como, a sostegno dei tanti migranti arrivati dall’Africa nel 2016, che l’ha spinta a voler capire meglio il fenomeno migratorio e le sue radici geografiche e sociali. Nella storia di Giulia però non c’è solo l’Africa a Como, ma anche la testimonianza di Como in Africa: «Tra i progetti di Mani Tese che seguo, alcuni per la riforestazione, altri per l’educazione alimentare, c’è quello mirato alla pratica dell’agricoltura agroecologica con l’Associazione Sorelle Burkinabé, e tra i partner di questo progetto c’è un’impresa sociale comasca: Equa srl. A Coubrì in Burkina, dove Equa srl ha realizzato un impianto fotovoltaico per fornire energia elettrica alla sede dell’associazione Sorelle Burkinabé, ho incontrato un altro comasco, Michael Metzger».

E adesso la valigia di Giulia è pronta a essere riempita per una nuova partenza, per nuovi incontri e storie da raccogliere sul campo. Insomma, bagagli alla mano, Como nel cuore ma sguardo al futuro, con un’unica direzione: l’Africa e il Burkina Faso.

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