«Io e Mickey, un diritto da conquistare»

La storia Mariam, nata con una paralisi cerebrale, ha un cane d’assistenza, non ancora pienamente riconosciuto

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«È molto più di un animale domestico. È il mio compagno, il mio compagno di squadra e una presenza che mi dà conforto».

Il soggetto a cui si riferisce questa frase si chiama Mickey ed è un barboncino fulvo. Chi parla, invece, è Mariam Nersisyan, ragazza di 21 anni con paralisi cerebrale infantile. Studia interior design e spera di specializzarsi nel design universale e accessibile. Per spostarsi utilizza una sedia a rotelle elettrica e, per raccontarci la sua storia, utilizza un dispositivo di Comunicazione Aumentativa e Alternativa (CAA), che le permette di scrivere e parlare prendendo in prestito una voce digitale. Nata nella città armena di Yerevan, Mariam si è poi trasferita a Roma e settimana scorsa ha raggiunto Rimini in occasione di ExpoAid “io, Persona di valore”. Lei, al Palacongressi, ci è entrata con Mickey e il cartellino della relatrice. «Vivere con una disabilità significa che alcune attività richiedono più impegno, organizzazione e supporto - spiega - e avere Mickey accanto mi dà fiducia e motivazione ogni giorno. Passo gran parte della mia giornata con lui. Ci alleniamo insieme, giochiamo insieme e ci rilassiamo insieme. Attualmente sto addestrando Mickey per aiutarmi in attività come raccogliere oggetti caduti, aprire porte e mantenere la calma negli ambienti pubblici». La gente, spesso, vede Mickey come un tenero cagnolino, e allunga subito la mano per accarezzarlo. Dimenticandosi che Mickey, in quel momento, sta lavorando. «Stiamo anche lavorando sul comando “trova mamma”, attraverso il quale impara a cercare mia madre quando ho bisogno di assistenza».

Ed è su questo punto del racconto che occorre fare un passo indietro. Perchè nel gennaio del 2025, il nome di Mariam è finito sui giornali per via di una petizione senza precedenti, lanciata da lei stessa, per chiedere che i cani d’assistenza abbiano lo stesso riconoscimento e tutela dei cani guida per le persone cieche. «Come persona che spera un giorno di beneficiare del supporto di un cane d’assistenza, ho sentito che questo tema meritava maggiore attenzione - spiega Mariam -. Il mio obiettivo non è mai stato togliere qualcosa alle persone cieche, ma contribuire a garantire che anche le persone con altre disabilità possano avere accesso al supporto e all’indipendenza che un cane d’assistenza può offrire».

Quell’esigenza personale, diventata poi una richiesta collettiva, ha raccolto più di 48mila firme, ha raggiunto anche il ministro per le Disabilità Alessandra Locatelli e, nel momento in cui scriviamo, è una richiesta ancora in cerca di una risposta. L’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie, ente di riferimento per l’impiego di cani in contesti di assistenza, chiarisce infatti: «Attualmente, il settore dei cani di assistenza alle persone con disabilità è oggetto di un processo di regolamentazione, attraverso uno specifico decreto che definirà le modalità di riconoscimento di tali animali e individuerà le categorie di persone che potranno avvalersi dell’accompagnamento di un cane di assistenza riconosciuto». Di conseguenza, allo stato attuale, le persone come Mariam si trovano in una fase di transizione e aspettano l’adozione di un decreto attuativo.

Mentre le chiediamo di Mickey, Mariam racconta che lui, entrato nella sua vita nel 2024, è stato il suo primo cane: «Ho sempre amato gli animali e con la mia famiglia e io abbiamo deciso di prendere un barboncino con la speranza che un giorno potesse diventare il mio cane d’assistenza. In quel periodo il mio coniglio, Hopey, era il mio animale di supporto emotivo. Per alcuni mesi Mickey e Hopey hanno fatto parte insieme della mia quotidianità. Purtroppo Hopey è venuto a mancare nel 2025. Perderlo è stata una delle esperienze più difficili della mia vita. Mickey non ha sostituito Hopey, perché ogni animale è unico, ma mi ha aiutata ad affrontare quel dolore ed è diventato una fonte ancora più importante di compagnia e motivazione».

Mariam Nersisyan, che vive la disabilità in prima persona da quando è nata, racconta di essere grata per le opportunità che ha avuto finora, ma spiega anche di non sentirsi sempre completamente libera: «L’accessibilità è migliorata negli anni, ma esistono ancora barriere. Molte persone possono uscire di casa senza doversi chiedere se un edificio sarà accessibile, se i mezzi funzioneranno per loro o se riusciranno a entrare in un determinato luogo. Per molte persone con disabilità, queste valutazioni fanno parte della vita quotidiana». Forse, a volte, l’ostacolo più grande non è la disabilità stessa, ma «le aspettative e i pregiudizi che le persone hanno su ciò che una persona disabile può o non può fare».

Mariam Nersisyan, che ha solo 21 anni e sogna di aiutare più persone possibili ad avere accesso a cani d’assistenza altamente addestrati, conclude la chiacchierata con un invito che vale più di mille luoghi comuni: «Se c’è una cosa che vorrei che le persone capissero, è che la disabilità non significa mancanza di ambizione, capacità o sogni. Le persone con disabilità vogliono studiare, lavorare, viaggiare, costruire relazioni e contribuire alla società esattamente come chiunque altro. A volte - conclude Mariam - abbiamo semplicemente bisogno del giusto supporto e delle stesse opportunità».

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