(Foto di archivio)
Numero speciale Scattata durante una celebrazione e diffusa in diversi luoghi della città di Como dopo la morte di don Roberto. È un’immagine che potrebbe diventare punto di partenza per conoscere davvero il sacerdote comasco
Nella tradizione cattolica una delle funzioni fondamentali dei santi è quella di essere testimoni della verità del cristianesimo. Non è un caso che siano infatti anche martiri, dal greco “martus” che significa letteralmente “testimone”.
E se nella lunga storia del cristianesimo la testimonianza di queste vite e di queste morti è passata attraverso la rappresentazione iconografica grazie a un canone rappresentativo tradizionale e molto ben codificato - l’aureola luminosa intorno al capo o la palma simbolo della vittoria sulla morte per citare solo due degli elementi che ci permettono di individuare i Santi nelle rappresentazioni artistiche - con l’avvento della fotografia e la possibilità di avere un’immagine in vita del Santo da ricordare una volta morto, tutto è cambiato.
Per rendersene conto basta guardare l’immagine più nota e diffusa che rappresenta don Roberto Malgesini, il parroco di Como, originario della Valtellina, ucciso a coltellate la mattina del 15 settembre 2020, a 51 anni, da Ridha Mahmoudi, un uomo senza fissa dimora che il prete assisteva quotidianamente. Nella fotografia don Roberto guarda i fedeli in Chiesa - esclusi dall’inquadratura dello scatto- durante la celebrazione della Messa: ha le braccia allargate verso di loro e le mani aperte, il volto è solcato da un sorriso appena accennato. «Un misto di timidezza e apertura agli altri» come l’ha descritta la giornalista Benedetta Capelli in un articolo pubblicato su Vatican News, aggiungendo che questa è «l’immagine con la quale tanti, dopo la morte, hanno conosciuto don Roberto Malgesini».
È anche una fotografia cara a chi, a Como, ha avuto invece la fortuna di conoscerlo da vivo ed è cara proprio perché capace di restituire l’essenza di quest’uomo pacato, abituato a farsi capire con i gesti di altruismo e solidarietà, più che con i discorsi, e ben esercitato nell’accoglienza dell’altro, per quanto distante, diverso e persino ostile possa essere di primo acchito.
È un’immagine cara perché quelle braccia aperte verso un altro - invisibile nella foto ma in cui ciascun osservatore può immedesimarsi - e quel sorriso timido sono coerenti con uno stile di vita che ora sarà oggetto di un lungo e approfondito processo di beatificazione, annunciato a sei anni dal suo omicidio dal cardinale e vescovo di Como, Oscar Cantoni, lo scorso 24 marzo.
Nelle vite dei Santi è molto comune individuare una coerenza di vita, ovvero un’adesione, da un certo momento in avanti se non da sempre, a un sistema di valori e a uno stile di esistenza che contribuiscono alla costruzione di una storia personale destinata a rimanere cristallizzata e riassunta tutta in un’immagine. E poiché Santi lo si diventa solo dopo la morte, le loro rappresentazioni in vita sono utili a indagarne il percorso compiuto e la personalità.
Già nella seconda metà dell’800 don Giovanni Bosco aveva sviluppato una riflessione approfondita sull’emergente cultura visuale, facendo del medium fotografico «un terreno di sperimentazione che prefigurò - in un singolare miscuglio tra imprenditorialità religiosa, educazione allo sguardo e forme di pietà magico-sacrali - alcuni degli elementi caratterizzanti il devozionismo di massa contemporaneo», come scrive Gianluca Della Maggiore in un saggio accademico contenuto nel volume “Santi in posa” a cura di Tommaso Caliò. Don Bosco era conscio dell’attenzione inedita che i fotografi gli riservavano - è stato protagonista di 41 scatti in un arco temporale di poco più di vent’anni, tantissimi per l’epoca, tra il 1861 e il 1888 - ma era anche molto attento a evitare quelle dinamiche devozionali e di idolatria che lo strumento della fotografia poteva alimentare nei confronti di alcune figure della Chiesa, come lui. Nei testi che accompagnavano le sue fotografie spesso inseriva messaggi e inviti che rimandavano all’altro da sè: alla devozione verso Dio, Maria o la Chiesa stessa, ma spesso anche alla sua missione di apostolato, auspicandosi che poste nel contesto giusto quelle fotografi servissero per diffondere e raccontare i capisaldi del carisma salesiano.
Il contesto è fondamentale per cogliere appieno la vita dell’uomo di Chiesa. E lo è sia se si considera il contesto interno allo scatto, ovvero la situazione in cui la persona è colta, sia se si considera il luogo in cui l’immagine viene poi esposta. Due esempi su tutti, prima di tornare a don Roberto: Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati. Il primo è spesso rappresentato con foto che lo ritraggono in contesti luminosi, quasi a suggerire un ritorno all’aureola, e in abiti quotidiani, che ne comunicano subito la giovanissima età. Il secondo, invece, è comunemente noto per una foto che lo ritrae sorridente mentre scala in montagna, luogo d’elezione e di preghiera, ma anche simbolo di una spiritualità rivolta verso l’alto.
Ecco perché allora, in questo tempo più o meno lungo che servirà a studiare la vita di don Roberto per poterlo dichiarare beato (e poi, in una fase successiva eventualmente Santo) e a capirne la cifra spirituale sarà utilissimo tornare a questa fotografia già molto nota, che lo ritrae assorto in un gesto di benedizione che però non lo isola ma anzi lo apre all’altro. E ancor più importante sarà tornare a questa foto nei contesti in cui ha trovato dimora. I contesti della vita di don Roberto, del suo insegnamento del suo sacrificio. Quelli che sanno riempirla di senso e allo stesso tempo trarne senso.
A San Rocco, dove don Roberto predicava a messa e nelle opere la parola di Dio, in carcere, alla mensa del povero Casa Nazareth, all’oratorio di Rebbio, e, nella forma di un dipinto realizzato dal pittore Luciano Perolini, anche negli appartamenti del vescovo di Como, che riassume in sé tutta la diocesi: la Valtellina dove era nato, Como dove aveva predicato. Sono i luoghi della vita di don Roberto.
Il carcere del Bassone, a Como, dove aveva incontrato e parlato con molti carcerati, come Zef Caraci, ex detenuto di origine albanese che all’incontro con don Roberto ha dedicato un libro intero (“Don Roberto Malgesini. Non c’è inizio senza perdono” edito da San Paolo) e nel quale racconta alcuni episodi fondamentali a capire il prete. Come la volta in cui si prese un pugno nello stomaco per dividere due ragazzi carcerati che litigavano tra loro e, invitato a sporgere denuncia, disse: «Ma se lo facessi starei meglio? Non credo, aggiungerei solo altro dolore». La mensa del povero, Casa Nazareth, dove quelle braccia spalancate trionfano sui commensali, stringendoli in un abbraccio che profuma delle brioche calde che distribuiva tutte le mattine a chi non ha una casa. E anche San Rocco, dove, sulle mura dell’oratorio, ora chiuso e destinato alla vendita, è comparsa una scritta che riassume tutto, proprio come questa immagine che nutre la speranza: «Invece di scrivere un epitaffio ce la metteremo tutta perché vinca l’amore. Don Roberto vive».
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