Mia zia e i suoi “auguri più belli”: la scuola era tutta la sua vita

Il ricordo La maestra Anna Maria Mosca, di Mariano Comense, i suoi 30 anni di insegnamento e una lettera speciale

«Con gli auguri più belli, zia Anna». Ogni Natale così. Per 40 anni. Cambiavano i fiori sulla copertina del biglietto, una dalia, un fiordaliso, un non ti scordar di me, ma mai le parole. Ci scherzavamo su ogni volta. Prima di scartare il regalo, tenevo in mano il biglietto, temporeggiavo un po’, fingendo di chiedermi «cosa ci sarà mai scritto?», ma poi ritrovavo lì quelle semplici parole, un porto sicuro, immutate, immutabili e rassicuranti. Tranne lo scorso Natale, quando sul cartoncino floreale è spuntata una dedica diversa: «Con gli auguri più belli, dalla tua zia Anna che ti ha voluto sempre bene».

Non so se sia stato per l’uso di un tempo verbale al passato, per l’aggettivo possessivo, non so se sia stato per la grafia tremolante o per la tua forza di non voler mancare quell’appuntamento, fatto sta che ricordo benissimo di essermi commossa. Ci ho sentito tutta l’ostinatezza della maestra Anna Maria Mosca di Mariano Comense, allora 92 anni compiuti che, nonostante a voce dicesse di voler arrendersi all’età e agli acciacchi, in una sequela infinita di lamentele, nello spirito non ha mai avuto intenzione di darla vinta a nessuno, nemmeno alla vecchiaia.

Eppure quel biglietto del 2022 diceva molto di più, non lo sapevo, o forse l’avevo intuito. Di certo no, non ti eri ammorbidita, ma avevi lasciato che si aprisse uno spiraglio nella tua corazza di “fraulein” d’altri tempi, forse l’ultimo insegnamento che ho raccolto: la bellezza di una fragilità appena intravista. Non ti piacevano gli abbracci, le parole leziose, le smancerie, i baci in tv, i ti amo letti nei libri. Tutto nel tuo mondo era composto e riservato, piegato come un fazzoletto di pizzo nel cassetto giusto, e non andava sgualcito. Quindi ci sono rimasta di stucco di fronte a quelle chiare lettere che ribadivano un ti voglio bene dimostrato senza mai dirlo.

E questo è il mio ricordo di un Natale che è stato l’ultimo insieme, ma che mi sento di condividere, di far uscire dalle mura di famiglia, perché l’avevamo capito tutti, che anche se orgogliosamente non ti sei mai voluta sposare, e all’epoca era cosa rara, tu una famiglia molto più grande l’hai cresciuta tra i banchi di scuola. E, in oltre 30 anni di insegnamento, vi siete sempre voluti un gran bene a vicenda.

Ogni Natale la tua casa si riempiva di stelle di Natale in più angoli, arrivavano le immancabili scatole di biscotti e cioccolatini, (anche se tu ne cucinavi di molto più buoni), i marron glacés, l’ultimo libro di Piero Angela, una raccolta di poesie, l’edizione aggiornata di un volume di Calvino, una sciarpa in lana merinos. Nelle congestionate settimane prima del 25 dicembre era uno scampanellio continuo alla tua porta: un vero presepe vivente di ex alunne ed ex alunni sfilava, ognuno di loro con il proprio dono e il proprio fardello di vita. Tra un thè e una fetta di crostata alla marmellata di pesche facevano visita alla maestra Mosca, ritagliandosi un momento di memoria e calore, sottratto alla frenesia del mondo là fuori. Ti riempiva di gioia raccogliere i pezzi di vita di quelle generazioni di studenti con cui potevi tornare ai giorni della scuola, credo proprio i tuoi giorni più felici. Non c’era nemmeno bisogno di riaprire gli album delle foto in bianco e nero, era sufficiente guardarsi negli occhi.

Maestra Mosca non mi resta che farle gli auguri più belli. Li scrivo qui. So che mi leggerà. Se potesse evitarmi le solite pulci... È Natale.

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