L’amore per Asenat: una famiglia tra i talebani d’Afghanistan, le bombe sull’Iran, la strage di Cutro e una patologia congenita
La storia Mozdah fugge dal suo Paese incinta e la scoperta della patologia congenita della figlia. L’arrivo a Como dopo 5 anni di fuga, guerra e tragedie con una bimba tetraplegica
Como
Mozdah era incinta di sette mesi quando ha camminato per dieci giorni lungo il confine tra Afghanistan, Iran e Pakistan cercando di fuggire da un Paese caduto nelle mani dei talebani. Suo marito, Abdulnasser, un militare avverso ai talebani, l’aveva spedita prima a Kabul: solitamente per conquistare la sola capitale dell’Afghanistan ci vogliono mesi, l’aveva rassicurata, ma nel 2021, con la ritirata dell’esercito americano, ai talebani sono bastati tre mesi e mezzo per prendersi tutto il Paese, capitale compresa. Sotto il sole caldo d’agosto, mentre il suo Afghanistan cambiava radicalmente faccia diventando un luogo pericolosissimo per una donna , Mozdah era convinta che se anche fuori da lei tutto sembrava andare a rotoli, dentro di lei la sua bimba stesse crescendo sana e forte.
Il ritiro degli americani e la fuga
«Dieci giorni a camminare e a nutrirsi solo di biscotti e succhi di frutta - racconta seduta a uno dei tavoli della sala principale dell’oratorio di Rebbio, dove da un mese è rifugiata - I trafficanti non ci hanno fatto entrare in Iran, quindi abbiamo cambiato strada e siamo entrati in Pakistan e poi da lì in Iran». Farzana, anche lei afghana ma qui a Como dal 2015, traduce il suo farsi veloce e puntellato di gesti rapidi con un avvertimento: «Quando parla di sua figlia Asenat, Mozdah si emoziona». Accade, in realtà, solo in un’occasione del lungo racconto che ha portato lei e la sua bimba tetraplegica di cinque anni dall’Afghanistan dei talebani a Rebbio, ed è quando racconta del primo ricovero della piccola in ospedale: «Venivamo da giorni di visite mediche senza fine, ero stanchissima e una volta a casa mi sono addormentata. Al mio risveglio Asenat aveva la febbre altissima. Me ne sarei dovuta accorgere prima, è colpa mia» mormora passandosi una mano sul viso e poi sistemandosi il velo che è appoggiato sui capelli scuri con ciuffi che sfuggono e le incorniciano il volto: nell’Afghanistan da cui è fuggita non sarebbe permesso portarli così e anche i suoi occhi rossi di pianto sarebbero velati.
Le proteste di Donna, vita e libertà e le prime cure
A questo punto della storia Asenat ha un anno. Siamo nel 2022, l’Iran è travolto dalle proteste del movimento “Donna, vita e libertà” dopo l’uccisione di Masha Amini per mano della polizia morale di Teheran a causa di un ciuffo di capelli sfuggito al velo, proprio come quelli che ora con disinvoltura Mozdah si sistema. Per lei, il marito e la figlia più grande tutto ciò è un sottofondo alla storia della loro Asenat, nata a Teheran senza un rene e con l’idrocefalo, nonostante a Kabul tutti i medici avessero detto alla famiglia che la piccola stava bene. «Quando siamo arrivati in Iran invece mi hanno detto che sarebbe stato meglio abbandonare la gravidanza - racconta Mozdah - ma l’avevo tenuta con me per otto mesi e volevo incontrarla». Quando Asenat nasce i problemi non sono subito evidenti: madre e padre ne hanno altri e più pressanti, come la necessità per Abdulnasser di trovare un lavoro da muratore per pagare l’affitto.
Una parte del cranio troppo morbida e un pianto costante: così Mozdah si accorge che sua figlia non sta bene Nata senza un rene, con l’idrocealo e con difficoltà a sentire dall’orecchio destro, Asenat cresce tra grandi difficoltà a prendere peso e le cure senza sconti della sua famiglia fino all’arrivo a Como
Poi però qualcosa nella piccola li colpisce: piange sempre e non cresce mai. I primi anni di vita di Asenat si trasformano così in un carosello di visite mediche e ricoveri, finalmente in un ospedale dove Mozdah si sente seguita e dove le necessità di sua figlia sembrano essere chiare a tutti, il reparto di pediatria del’Imam Khomeini Hospital di Teheran.
I farmaci troppo cari e la guerra su Teheran
Le visite mediche però costano e il farmaco che potrebbe risolvere l’idrocefalo della bambina costano ancora di più: «Ogni centesimo che mio marito guadagnava lo spendevamo per comprare carne e frutta con cui nutrire Asenat e farla crescere. Non è stato facile, noi eravamo sempre degli stranieri e anche per Abdulnasser questo comportava problemi: quando sei straniero in Iran possono lasciarti a casa dal lavoro da un momento all’altro».
Il fratello di Mozdah tenta la fortuna in Europa, ma è tra i corpi trovati senza vita sulla spiaggia di Cutro
Non tutti però accettano una condizione simile. Non lo fa il fratello di Mozdah, laureato in farmacologia a Kabul, anche lui fuggito dall’Afghanistan dei talebani e rifugiato in Iran, che sceglie di partire per l’Europa. Il suo è uno di quei corpi trovati senza vita sulla spiaggia di Cutro nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023. Mozdah prende fiato arrivata a questo punto del racconto: «Non voleva fare il muratore a Teheran mio fratello, aveva studiato e si era laureato. Era partito per questo». Dopo la pausa, il racconto torna presto ad Asenat che a soli due anni, nel 2023, viene sottoposta a un’operazione complicata per rimuovere il liquido nel cervello che sembra rallentarne la crescita. L’operazione va a buon fine, ma il pianto della bambina non si ferma. Servono nuovi farmaci, ma il 1 aprile del 2024 le bombe israeliane su Teheran complicano ulteriormente le cose per la famiglia: da quel momento alcuni farmaci si trovano solo al mercato nero e i prezzi schizzano alle stelle. All’età di cinque anni, nel 2026, Asenat non si muove e pesa appena cinque chili.
L’arrivo a Como e ora la speranza
Sono le stesse condizioni in cui, un mese fa, è arrivata a Rebbio, grazie ai corridoi umanitari organizzati dalla Chiesa Valdese con la parrocchia comasca guidata da don Giusto Della Valle e dopo un anno durissimo per chi, come lei e la sua famiglia, ha vissuto in Iran. Dopo essere stata ricoverata per settimane nel reparto di pediatria dell’ospedale Sant’Anna, sul suo futuro si è accesa finalmente una nuova luce: «In poche settimane ha preso già due chili. Qui hanno scoperto che i farmaci che le sono stati dati per tanto tempo per abbassare la febbre non servivano: la febbre è il modo in cui il suo corpo, immobilizzato, brucia le calorie - spiega Mozdah con gli occhi lucidi - Ora ci sembra di poter sperare. La sua sorellina è all’asilo, mio marito, che mi è stato accanto ogni momento in questi cinque anni difficilissimi, sta cercando lavoro e presto spero di poterlo fare anche io. Se Dio vorrà, qui staremo bene».
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