Nozze d’argento in bici: il Kirghizistan di Max e Roby
L’avventura Un modo originale di celebrare i 25 anni di matrimonio per due comaschi. Novecento chilometri, passi fino a 3.700 metri, dislivello di 11mila. In mezzo alla natura
Lettura 2 min.«L’idea di un viaggio in bicicletta ci è venuta per festeggiare i nostri venticinque anni di matrimonio». Max lo racconta così, con la massima semplicità, come se avesse fatto il giro della laguna a Comacchio.
Peccato che il viaggetto in questione fosse in Kirghizistan, che già si fa fatica solo a scriverlo correttamente. Figurarsi poi se si tratta di farlo sui pedali, per quasi 900 chilometri (per lo più sterrati), con passi fino a 3.700 metri di altezza e un dislivello complessivo superiore a undicimila metri. L’Everest con sopra la Grignetta, insomma, o giù di lì.
Due cinquantenni di Albate
Protagonisti dell’impresa sono Massimiliano Lavezzi, 55 anni, falegname originario di Lurago Marinone e comasco d’adozione, e sua moglie Roberta Casarin, 56 anni, di Albate, infermiera all’ospedale Sant’Anna.
«Avevamo fatto già altri giri di “bikepacking” (viaggio avventura in bicicletta a lunga percorrenza, ndr) - raccontano Max e Roby - e all’inizio abbiamo pensato all’Islanda, poi girando su internet ci è caduto l’occhio sul Kirghizistan, una meta un po’ particolare. La preparazione del viaggio è durata qualche mese: abbiamo dovuto comprare delle bici adatte (le cosiddette “gravel”, che hanno la forma di una bicicletta da corsa, ma sono più robuste e consentono di fare sterrati, ndr), materiale tecnico e ricambi per le bici, borse, tenda e sacchi a pelo ultra leggeri, materassini gonfiabili, giacche, fornelletti e pentole. Il giro l’abbiamo pianificato noi, prendendo però spunto da altri che avevano già percorso itinerari simili».
E così, magicamente, il sogno si è materializzato in occasione delle nozze d’argento. Volo da Milano alla capitale Bishkek, con scalo da Istanbul (17 ore in totale). Le bici smontate e spedite dall’Italia in cartoni su misura, poi il montaggio in loco. Come fosse Lego, grazie ai preziosi suggerimenti via whatsapp di alcuni vecchi amici conosciuti durante le camminate sul Palanzone o grazie a una bottiglia di buon vino greco.
«Siamo partiti dalla capitale kirghisa - racconta ancora Max - con destinazione Karakol, attraversando vallate immense, incontrando nelle undici tappe cavalli selvaggi, yurte (abitazioni tipiche dei popoli nomadi, ndr), passi oltre i 3700 metri di quota, abbiamo bevuto l’acqua dai torrenti». E ancora: «Lungo la strada spesso abbiamo trovato bambini che ci correvano incontro salutandoci, persone che hanno voluto provare a pedalare con le nostre bici, abbiamo condiviso il pasto serale con una famiglia kirghisa che viveva in tenda». Altri ciclisti lungo la strada? «Saltuariamente - risponde Roby - molto pochi in realtà. Una dozzina, forse, ma provenienti da tutto il mondo. Fermarsi a parlare con loro e condividere le nostre emozioni è stato indimenticabile».
Undici tappe
Partenza il 20 giugno, ritorno in Italia il 6 luglio. Undici tappe, fino a Karakol, con dislivelli giornalieri anche sopra i mille metri e spesso otto ore abbondanti in sella. .
«In realtà - proseguono Max e Roby, tendenzialmente più Max - è stato un giro gratificante, anche se duro e quasi tutto su sterrato. Abbiamo dormito dove abbiamo potuto: in piccole guest house, nella nostra tenda anche a più di 3.000 metri, ospiti nelle yurte o in piccoli hotel. Gli spazi erano davvero immensi, si pedala per chilometri e chilometri non incontrando nessuno o giusto qualche pastore nomade. Gentilezza e ospitalità sono tratti caratteristici dei kirghisi e anche il clima ci è stato amico: temperature calde e pochissima pioggia».
«Cosa ci è piaciuto di più? - Max non ha dubbi - A me gli spazi sconfinati, il contatto con la natura che ti riempie gli occhi, la solitudine. Siamo abituati a vivere con decine, centinaia di persone intorno a noi, ma lì era diverso e i contatti con i pochi esseri umani trovati sul percorso sono stati di una ricchezza infinita». E i momenti critici? Ci saranno stati. «Sì, le salite che non finivano mai. O quando dovevamo spingere la bicicletta per chilometri su per sterrati impraticabili o recuperare cibo lungo il percorso, e poi organizzarlo bene per non rimanere senza, filtrare l’acqua nei fiumi, lavarci nei torrenti, con acqua a volte gelida». E adesso, dopo il Kirghizistan? «Sicuramente faremo altri viaggi in bicicletta, anche perché la lentezza del viaggio permette di godersi ogni momento, istante e immagine».
In Islanda, magari? «Perché no? O in Tasmania, oppure in qualche altro paese dell’Asia. Chissà. O forse sul Kilimangiaro».
Roby annuisce. Parla poco, ma in salita non molla di un centimetro. Come suo papà Florindo.Tempra forte, da albatese doc.
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