Rebbio, il mondo in classe: «Multietnicità? Una risorsa»
Scuola. Dall’esperienza in aule con alta presenza di alunni stranieri alle lezioni di italiano per bimbi profughi da volontari. Annamaria Bordoli racconta fatiche e opportunità di fare dell’accoglienza a scuola un metodo educativo proficuo
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In una classe della scuola di via Cuzzi a Como, per tutta l’estate, tre maestre hanno svolto lezioni di italiano per sei bambini arrivati a luglio dal Sudan, insieme alle loro famiglie. Colori, disegni e giochi per dare voce alle parole che spesso restano intrappolate tra le labbra dei Nai, (sigla con cui si identificano gli studenti neo arrivati in Italia), presi inizialmente in contropiede dall’immersione in una lingua nuova. «Non dura mai tanto questo mutismo selettivo però, i bambini Nai imparano le basi della lingua abbastanza rapidamente grazie alla flessibilità che gli consente la loro età. Poi devono continuare a studiare ed esercitarsi». Lo spiega Annamaria Bordoli che prima di andare in pensione ha lavorato per più di trent’anni come insegnante all’interno dell’istituto comprensivo di Como Rebbio dove oggi si registra una percentuale di studenti stranieri vicina al 70% . Lì Bordoli è diventata un punto di riferimento per i progetti legati alla multietnicità che caratterizza l’istituto.
Il bilinguismo e l’educazione tra pari due risorse centrali
Un punto di forza
Sono 343 in totale gli studenti con cittadinanza non italiana che studiano presso l’istituto comprensivo di Como Rebbio: 33 hanno cittadinanza turca, 28 nigeriana e altri 28 albanese, poi 26 srilankese, 21 filippina e quindi a scendere per un totale di 35 diversi Paesi di provenienza. «In questi anni - spiega il vice preside, Maurizio Coda - Abbiamo cercato di fare della multietnicità della scuola un punto di forza riconosciuto dalle famiglie stesse, che sono anche inserite in un quartiere con un tessuto sociale molto importante».
Lo stesso tessuto sociale da cui è nata l’idea, quest’estate, della scuola di italiano per i bambini arrivati a Como dal Sudan, insieme alle loro famiglie, tramite i corridoi umanitari organizzati dalla Federazione delle Chiese Evangeliche. Si tratta del quarto corridoio umanitario che coinvolge Como e la parrocchia di Rebbio, con la rete di volontari raccolti sotto l’ente Rebbio Solidale Odv (prima delle famiglie del Sudan ne sono state accolte altre dall’Afghanistan, poi dal Mali e dalla Nigeria, quindi dall’Iraq). Ora i bambini sono stati iscritti a scuola e inseriti nelle classi con altri studenti loro coetanei. «Noi l’abbiamo chiamata “scuoletta” - spiega Bordoli - non in senso dispregiativo, ovviamente, ma per far capire che è un avviamento alla conoscenza dell’italiano». Un avviamento che per i Nai è fondamentale. Quando bambini provenienti da altri Paesi del mondo vengono inseriti nella scuola, infatti, la procedura prevede che si attivi un servizio di mediazione culturale finanziato dallo Stato e mediato dal Comune.
Studenti al centro anche di progetti con l’università Bicocca
Un servizio che negli anni ha visto però ridursi sempre di più le ore a disposizione di studenti stranieri e maestre. «Alla scuola viene chiesto sempre di più ma viene concesso sempre di meno - continua Bordoli - I miei trent’anni di esperienza in una scuola fortemente multietnica mi hanno mostrato che avere alunni di provenienza diversa è sempre un’opportunità di crescita per tutti, studenti e maestre. Serve a conoscere un pezzo di mondo e di cultura in più e a stimolare l’apprendimento, ad esempio spingendo gli studenti ad aiutarsi a vicenda, con l’educazione peer to peer. Le fatiche però non mancano». Il momento in cui l’istituto comprensivo di Rebbio si è dovuto confrontare con un numero più elevato della media di studenti con cittadinanza straniera risale però non a tempi recenti, bensì ai primi anni Duemila. «In quella fase abbiamo fatto un progetto di inserimento specifico per alunni stranieri aggiungendo in organico una persona in più, che oggi invece non abbiamo» specifica il vice preside. Il dibattito emerso nell’ultima settimana a seguito del decreto legge voluto dal governo Meloni per imporre una soglia limite di studenti stranieri nelle classi ha fatto riflettere molto all’interno dell’istituto comprensivo di Rebbio. «Sembra che sfugga che il problema non è specificamente quello dei Nai, i bambini che arrivano da un altro Paese e vengono inseriti a scuola da un giorno all’altro - è la posizione espressa da Bordoli e frutto dei suoi numerosi anni di insegnamento - Nelle nostre classi ci sono molti bambini che provengono da famiglie non italofone, magari sono nati in Italia e persino i loro fratelli grandi sono nati qui. In questi casi spesso in famiglia si parla una lingua diversa dall’italiano, quindi poi i bambini vanno seguiti con attenzione in classe». Bordoli spiega anche che in questi ultimi anni è migliorata la collaborazione da parte delle famiglie stesse, sempre più integrate linguisticamente anche grazie a impieghi professionali svolti sul territorio. Sia per lei che per Coda, inoltre, il bilinguismo resta un valore aggiunto da tutelare.
La rete di supporto del quartiere
«Nelle mie classi abbiamo fatto progetti molto stimolanti coinvolgendo per esempio il professor Franco Passalacqua che insegna pedagogia all’università di Milano Bicocca e con alcune sue tesiste» continua Bordoli. Per coinvolgere i suoi studenti in percorsi così specifici Bordoli si è dovuta formare, seguendo corsi di aggiornamento. «Gli insegnanti devono avere la possibilità di farlo: migliora il percorso educativo degli studenti e fa della multietnicità uno strumento in più anziché un problema. Tra gli studenti migliori che ho avuto negli ultimi anni ci sono bambini e bambine arrivati dall’Afghanistan e da altri Paesi lontani».
Settimana scorsa con un decreto legge il governo ha fissato il limite del 30% di studenti stranieri che non conoscono bene l’italiano per ogni classe. Dopo l’approvazione da parte del consiglio dei ministri tuttavia sono state aggiunte, nei giorni seguenti, molte deroghe (imposte dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella) che ridurranno di molto il numero di studenti coinvolti e che dovranno essere spostati.
Perché questo sia possibile servono però tempo e fondi e di fronte all’assenza di entrambi la presenza di una rete sociale solida come quella del quartiere di Rebbio diventa fondamentale. Un elemento in aperta contraddizione rispetto alla proposta del governo di far trasferire in altre scuole (ed eventualmente anche fuori città) gli studenti stranieri al fine di mantenere la percentuale delle classi entro il limite stabilito.
«Il quartiere invece è un ambiente utilissimo a tutti i bambini - conclude il vicepreside Coda - I nostri studenti frequentano il dopo scuola organizzato in oratorio e lo frequentano tutti, stranieri e non. Poi ci sono le società sportive, come l’Alebbio... Su che basi dovremmo trasferirli ? Ci diano dei parametri per valutarlo, anche perché spesso questi bambini a scuola vanno molto bene. I problemi sono altri: registriamo tra tutti gli studenti forti disagi legati alla soglia di attenzione. Su questo serve intervenire».
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