Cultura a Como, l’emergenza degli spazi

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Como città d’arte, anzi città-museo, lo è già stata e deve tornare ad esserlo, se non vuole farsi mangiare dal turismo “mordi e fuggi” e da dibattiti interni che non riescono quasi mai ad ampliare gli orizzonti culturali dei comaschi stessi. I sette milioni di persone che ogni anno visitano i Musei Vaticani, sulla mappa del Ducato di Milano esposta nella Galleria delle carte geografiche, trovano scritto “Museo” in corrispondenza del capoluogo lariano, per la precisione sulla sponda del Borgo Vico. Tale era la fama raggiunta nel XVI secolo dalla prima collezione museale della storia aperta al pubblico - ma solo su invito - dall’umanista comasco Paolo Giovio.

Oggi, però, anche i turisti culturalmente più preparati e curiosi, se vengono a Como trovano chiuso, da oltre sei anni, il museo archeologico intitolato allo stesso Paolo Giovio e così anche il contiguo museo storico “Giuseppe Garibaldi”. Se poi vanno a cercare la sede dell’antico museo gioviano, certamente si godono il cammino sulla passeggiata creata nel 1959 dal sindaco Lino Gelpi a sfioro sul lago, ma giunti davanti a Villa Gallia, che all’inizio del Seicento ha preso il posto di quella di Giovio, trovano una cancellata chiusa e, dietro, un antiquato cartello informativo parzialmente coperto dalle inferriate stesse.

Ciò non vuol dire che siamo all’anno zero né si intende aggiungere lamenti ai troppi che già si levano in città. Piuttosto si vuole mettere sul piatto un ragionamento più ampio e articolato sugli spazi per la cultura a Como. Perché per fare una città d’arte non bastano i contenuti - siano essi quelli momentanei di un festival, stagionali della dedicata a William Turner o permanenti come le due sale della Pinacoteca in cui dallo scorso anno sono stati meritoriamente esposti i ritratti gioviani superstiti di proprietà del Comune di Como - ma occorrono strutture adeguate. Una sede come Villa Olmo, ricordiamo acquistata dal Comune in vista delle celebrazioni voltiane del 1927, potrà tornare a fare la differenza nel risultato di un’esposizione internazionale, quando sarà di nuovo fruibile, possibilmente nella sua interezza. E la mostra delle monete d’oro, trovate sotto l’ex teatro Cressoni otto anni e un mese fa e ora annunciata come regalo per il prossimo Natale, sarebbe già realtà da un pezzo se ci fosse stato a Como un museo con tutti i requisiti necessari, anche in termini di sicurezza, invece di dover creare uno spazio nuovo (l’ex Chiesa delle Orfanelle) tra due palazzi in cui il grosso delle collezioni rimarrà inaccessibile ai futuri visitatori del “tesoro di Como”.

Sarebbe bello se l’energia e la capacità di analisi, sfoderate dalle diverse parti politiche per sostenere le rispettive ragioni pro e contro la mostra su Turner, venissero applicate anche alla ricerca condivisa di soluzioni per riaprire e aggiornare negli allestimenti gli spazi per la cultura. Ora, infatti, siamo giunti al paradosso che fanno più notizia le chiusure imposte dal Comune prima al Teatro Nuovo e poi allo Spazio Gloria per inosservanze più o meno parziali delle normative sulla sicurezza, rispetto a spazi comunali che per lo stesso motivo sono chiusi dal 2020. E ai due musei, archeologico e storico, vanno aggiunti al conteggio anche lo Spazio Antonio Ratti (ex chiesa di San Francesco), il sito archeologico della Porta di Como romana e le porte medievali transennate dal 2022 (Porta Torre e Porta San Vitale, quest’ultima adiacente all’unico tratto pubblico dei giardini pensili, chiuso da tempo immemorabile), nonché il Faro voltiano inaccessibile dal 2024.

Sul tema degli spazi culturali nessun partito o lista civica può sentirsi assolto, perché il problema viene da lontano. Il prossimo 27 gennaio saranno trascorsi 20 anni da quando il sindaco Bruni (centrodestra) demolì con i fuochi d’artificio l’ex Ticosa, incluso lo spazio espositivo del corpo a shed che era stato ristrutturato con un miliardo delle vecchie lire ed aperto al pubblico dal suo predecessore, nonché compagno di partito, Alberto Botta. Le chiusure del 2020 sono avvenute con la giunta Landriscina, di nuovo centrodestra, che però chiamò in causa anche l’amministrazione precedente, a guida Lucini (centrosinistra), per i mancati adeguamenti delle strutture museali alle normative antincendio.

Non dimentichiamo i punti a favore - la riapertura integrale del Tempio Voltiano nel 2021 e quella di San Pietro in Atrio a dicembre 2022, la nascita dello spazio museale Vis Comensis creato nel 2024 da Fondazione Volta e Accademia Pliniana, gli accordi per visite integrate tra i Musei Civici di Como, il Duomo e la casa di Volta gestita dall’Ordine degli Ingegneri - ma per una città d’arte, e non dell’apparenza, occorre un disegno strategico ampio, ricorrendo anche a modalità di coprogettazione tra più enti pubblici ed enti del terzo settore portatori di interesse e competenze, alcuni dei quali peraltro hanno dato continuità a iniziative di rilievo destreggiandosi tra le tante chiusure. Un primo banco di prova in tal senso potrebbe essere l’asilo Sant’Elia, per il quale il Comune ha appena pubblicato un avviso. In una visione d’insieme varrebbe la pena di considerare pure Villa Gallia, di proprietà della Provincia di Como: il ridimensionamento subito negli ultimi anni dagli enti provinciali consentirebbe di destinarla alla cultura in maniera continuativa, riportando almeno lo spirito del museo gioviano là dove era nato? Sarebbe un avamposto in posizione strategica, a pochi passi dalla stazione di San Giovanni e fronte lago, di un sistema museal/culturale degno di una città d’arte.

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