Il difetto di vivere in una città “Disneyland”

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Prima il francese Le Monde, poi l’inglese Sunday Times, da ultimo anche il tedesco Tagesspiegel: Como è sempre più al centro di articoli e inchieste di autorevoli quotidiani internazionali che evidenziano, quasi sempre con un accento critico, il profondo cambiamento che ha interessato la nostra città negli ultimi vent’anni. Da territorio industriale legato principalmente al settore tessile a meta del turismo internazionale; da luogo per la gita domenicale dei milanesi a location di moda conosciuta in tutto il mondo. Sono più di cinque milioni le presenze registrate annualmente, un dato impressionante e impensabile pochi decenni fa, prima dell’acquisto di Villa Oleandra da parte di George Clooney e prima dell’effetto traino generato dall’Expo 2015.

La trasformazione del modello economico, determinata da un flusso turistico inaspettato, ha chiaramente generato squilibri e posto interrogativi sull’effettivo beneficio per chi abita questo territorio. Como è ancora una città in cui è bello abitare? È ancora un luogo ospitale in cui poter crescere i propri figli all’interno di un contesto urbano equilibrato? È possibile per il ceto medio (ammesso che ancora esista) continuare a vivere tra prezzi degli immobili alle stelle e costi per i servizi sempre più elevati?

Su questo dibattito, che il nostro giornale sviluppa già da tempo, si è poi innestato il progetto Como 1907, verso il quale dal punto di vista sportivo non fatichiamo a esprimere il massimo dell’entusiasmo possibile. La conquista della Champions rimarrà nella storia. Esiste però un secondo piano, che ben si riassume nell’idea più volte confermata di voler trasformare la città in una “Disneyland”. In un’intervista pubblicata da La Provincia nell’agosto del 2024, il presidente del Como Mirwan Suwarso spiegava questo concetto: «Non vogliamo fare di Como Disneyland nel senso di un parco giochi, ma nel senso di un progetto imprenditoriale declinato su tante piattaforme, tutte concentrate su un marchio attrattivo e divertente. L’azione, il divertimento, il cibo, l’experience, i media. Il nostro parco giochi per chi arriva da lontano non è solo lo stadio o la partita, ma tutta la città». Dopo poco più di due anni, il risultato è sostanzialmente raggiunto. Basta fare due passi in città e osservare quante persone hanno in mano un sacchetto del Calcio Como. Per i visitatori viene quindi costruita un’esperienza memorabile, di cui il calcio è solo uno degli elementi. Ma per chi vive qui? Quali sono i vantaggi che ne derivano? Quale è il “dividendo” per il cittadino comasco?

Si fronteggiano così due scuole di pensiero su un tema che sarà certamente al centro della prossima campagna elettorale. Da un lato c’è chi guarda agli effettivi benefici economici che derivano dall’attività turistica: quanto vale oggi la casa lasciata in eredità dalla nonna? Quante possibilità lavorative (non necessariamente “povere”) nascono dall’afflusso di turisti e dalla città Disneyland? E inoltre: quanti luoghi della città sono più gradevoli e sicuri oggi, rispetto al passato, proprio grazie alla frequentazione dei turisti? Dall’altro lato ci sono le preoccupazioni, certamente fondate, di chi si vede erodere - qui più che altrove - il potere d’acquisto del proprio salario, di chi è costretto a subire gli effetti dell’overtourism, di chi non riesce più da anni a prendere la funicolare o il battello, quando addirittura non è costretto ad andare a vivere nella cintura urbana perché non può più permettersi una casa in città.

Il tema, declinato nelle molteplici sfaccettature, interroga i cittadini, gli amministratori, chi fa informazione. Ed è sempre più rilevante anche oltre confine. Da parte nostra, nel corso dei prossimi mesi, cercheremo di fornire alcune chiavi di lettura che consentano di orientarsi nelle opposte visioni, partendo da un dato di fatto: c’è un fenomeno in atto, che Como non ha scelto ma che si è trovata. Un fenomeno che sembra ormai strutturale e non legato ad un ciclo, come dimostrano i continui e sempre più rilevanti investimenti internazionali.

Nei prossimi anni, quindi, si possono percorrere due strade: o si viene travolti da quello che avviene, senza un progetto preciso e senza individuare (per quanto possibile a livello locale) compensazioni per chi soffre le conseguenze di questa “invasione”, oppure si tenta di costruire un modello di sviluppo che tenga conto di tutti, per non lasciare indietro una parte di città e per tentare di conservare un equilibrio. Un compito non semplice, che certamente va collocato in un orizzonte più ampio (problemi analoghi sono vissuti da tempo ad esempio a Firenze, Venezia, Roma, Verona) e che richiede quindi anche adeguate politiche nazionali. Ad esempio non disincentivando la locazione turistica ma sostenendo quella tradizionale se destinata a determinate categorie di persone o fasce di reddito.

Si tratta di un compito prezioso, per tentare di dare un volto alla Como del futuro. Il nostro giornale farà la propria parte, evidenziando le criticità presenti, raccogliendo opinioni e proponendo spunti di riflessione. Ci auguriamo che questo dibattito possa servire, anche e a chi amministra, per orientare scelte politiche che consentano di andare oltre l’immagine patinata della cartolina e disegnare una città bella da visitare ma soprattutto da vivere.

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