Il Paese dei salari al passo del gambero

Editoriale Il lavoro c’è di più, ma paga meno. Eppure, dietro questa apparente buona notizia, si nasconde la vera malattia italiana: il potere d’acquisto dei lavoratori continua a perdere terreno.

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C’è un paradosso italiano che l’ultimo rapporto Ocse sul lavoro fotografa con crudezza: non siamo più il Paese della disoccupazione fuori controllo, ma restiamo il Paese dei salari che arretrano. Il lavoro c’è di più, ma paga meno. La disoccupazione è scesa al 5 per cento nel maggio 2026, minimo storico e quasi in linea con la media Ocse. È un dato che nessuno dovrebbe liquidare con sufficienza. Eppure, dietro questa apparente buona notizia, si nasconde la vera malattia italiana: il potere d’acquisto dei lavoratori continua a perdere terreno.

Rispetto al primo trimestre del 2021, i salari reali italiani sono ancora inferiori del 6,1 per cento. È il peggior divario tra le grandi economie dell’area Ocse. Tradotto: si lavora, ma si compra meno. Si riceve una busta paga, ma quella busta paga è più leggera, vale meno al supermercato, al distributore, nella bolletta del gas, nel mutuo, nell’affitto. L’Ocse l’ha spiegato con un’immagine efficace: quel divario equivale grosso modo a venti giorni di lavoro gratis rispetto al 2021, a parità di potere d’acquisto.

Qui non siamo davanti a un incidente congiunturale. L’inflazione ha colpito tutti, certo. La nuova fiammata dei costi energetici, legata anche alle tensioni nel Golfo Persico, spinge di nuovo i prezzi verso l’alto. Ma l’Italia soffre più degli altri perché entra nella tempesta con un’imbarcazione più fragile. Il problema non è solo che i prezzi corrono. Il problema è che i salari italiani partono già bassi e reagiscono lentamente. Quando la marea dell’inflazione sale, i nostri stipendi finiscono sott’acqua prima degli altri.

Tre nodi

L’Ocse individua tre nodi. Il primo è la struttura produttiva: troppi settori a basso valore aggiunto, troppe attività che competono sul costo e non sulla qualità, sulla compressione dei margini e non sull’innovazione. Il secondo è la lentezza della contrattazione collettiva: i contratti nazionali vengono rinnovati, se va bene, ogni tre anni. Ma l’inflazione non aspetta i tavoli negoziali. Il terzo nodo è la debolezza della contrattazione aziendale e individuale, che in Italia produce pochi aumenti e pochi premi legati alla produttività.

Questa è la parte scomoda del discorso. Da anni il dibattito pubblico si rifugia in una parola magica: salario minimo. È una battaglia legittima, soprattutto per proteggere i lavoratori più esposti e i settori dove la contrattazione non arriva o arriva male. Ma il salario minimo non è la soluzione del problema italiano. Può mettere una soglia, non può creare ricchezza. Può impedire alcuni abusi, non può trasformare per legge un’economia a bassa produttività in un’economia ad alto valore aggiunto. Insomma: può difendere il pavimento, non alzare il soffitto, mentre i prezzi crescono. Il salario reale non si aumenta per decreto se intorno resta immutato il sistema che lo produce. Se l’impresa innova poco, se la produttività ristagna, se il lavoro è concentrato in settori poveri, se il Mezzogiorno resta inchiodato a divari enormi. Se la mobilità professionale è frenata anche da clausole di non concorrenza, allora il salario nominale può anche crescere, ma l’inflazione se lo mangia. È la vecchia lezione che l’Italia finge di dimenticare: il benessere non nasce dalla firma su un contratto, ma da un’economia capace di generare valore.

Divari territoriali

Il rapporto Ocse mostra anche un’altra crepa: i divari territoriali. Nel quintile delle province peggiori, la disoccupazione è più di quattro volte superiore a quella del quintile migliore. È una frattura che non si cancella con un bonus, né con una conferenza stampa. Certo, negli ultimi anni c’è stata una convergenza del Sud sul piano dell’occupazione. Ma resta il fatto che nascere, vivere e lavorare in una provincia piuttosto che in un’altra continua a determinare le opportunità di reddito, carriera e mobilità sociale.

Ma la conclusione più dura riguarda la responsabilità delle parti sociali. Non solo del governo, non solo delle imprese. Anche dei sindacati. Perché se la contrattazione collettiva arriva tardi, se rincorre l’inflazione quando l’inflazione ha già colpito, se difende schemi vecchi in un’economia che cambia, allora non basta invocare nuovi diritti. Bisogna ammettere che il metodo non funziona più come dovrebbe.

Gli accordi tra le parti sono necessari, ma non garantiscono da soli la lotta all’inflazione. Possono distribuire meglio una quota di reddito, ma non possono fermare il prezzo dell’energia. Possono difendere categorie organizzate, ma non sempre raggiungono i lavoratori più deboli. Possono aggiornare le tabelle salariali, ma non creano o facilitano la produttività. E senza produttività, il salario reale resta una promessa fragile.

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