Nella politica italiana esiste un paradosso che merita di essere osservato con attenzione: a fronte di un disagio sociale in aumento, il governo continua a conservare una stabilità che potrebbe apparire incomprensibile. I problemi rimasti irrisolti sono noti. I salari perdono terreno rispetto al costo della vita, le pensioni faticano a garantire sicurezza a milioni di cittadini, la sanità pubblica mostra crepe sempre più profonde, il tema dell’energia continua a rappresentare un’incognita che pesa sulle famiglie e sul sistema produttivo. Sono questioni che toccano direttamente la vita quotidiana dei cittadini e che avrebbero potuto consumare rapidamente il capitale politico di qualsiasi esecutivo.
Malgrado questo, il governo sembra godere di ottima salute, non perché quei problemi non esistano, ma perché sembrano essersi spezzati i tradizionali meccanismi di rappresentanza che intercorrono tra disagio sociale e forze di opposizione. È qui che si colloca la vera novità dell’attuale fase politica. Benché possa risultare paradossale, le maggiori difficoltà per Giorgia Meloni nascono all’interno dello stesso perimetro, culturale e politico, che ha reso possibile la vittoria della destra, oggi chiamata a fare i conti con una variabile imprevista e del tutto inaspettata. Ci riferiamo al generale Roberto Vannacci che punta a proporsi come interprete di una domanda politica che rischia di sottrarre a Fratelli d’Italia una parte dell’elettorato più identitario e nostalgico.
La presenza del generale mette Giorgia Meloni di fronte a una sfida a dir poco complessa: conservare la propria credibilità internazionale e istituzionale senza perdere il legame con quelle frange elettorali che guardano con diffidenza ogni processo di normalizzazione della destra italiana. Per questa ragione risulta difficile immaginare che il centrodestra possa rinunciare a un’intesa elettorale con Vannacci, il nuovo Ghino di Tacco della politica italiana, ambiguo e pericoloso per chiunque abbia l’uzzolo di addomesticarlo. Benché la stampa amica voglia ignorare la questione, occorre riconoscere che la destra italiana non ha ancora concluso il percorso di definizione della propria identità che, ancora oggi, continua a pencolare tra esigenze di governo e pulsioni sovraniste.
Tuttavia, se Atene piange, Sparta non ride. Dopo il grande successo referendario, la sinistra non perde occasione per celebrare l’ennesima, invereconda rappresentazione personalistica di fragili leadership in perenne competizione. L’equivoco della sinistra italiana consiste nel pensare che l’unità possa sortire dalla semplice sommatoria di consensi dei singoli partiti o dalle intese tra i gruppi dirigenti, dimenticando che la politica nasce nella società e non nei vertici di un partito. Quello che si suole definire “campo largo” è, in realtà, un desolato campo di Agramante in cui imperversano alchimie, tatticismi, formule organizzative e irrefrenabili manie logorroiche. In verità, la sinistra ha urgente necessità di costruire una relazione con i territori, le città, i comuni che restano i luoghi in cui i bisogni diventano domande che la politica ha l’onere di trasformare in progetti.
Di contro, la sinistra continua a baloccarsi nei soliti, vieti politicismi che la portano a coltivare un linguaggio tanto alto quanto vacuo e autoreferenziale fondato su temi che, molto spesso, lasciano indifferente o spaventano il cittadino (legalità, evasione fiscale, diritti civili, imposta patrimoniale). La sinistra italiana dimostra, in tal modo, di non avere il polso della società di cui, di contro, la destra sa comprendere le ansie, riuscendo anche ad alimentarle.
Piaccia o no, oggi la sicurezza rappresenta un tema sul quale la sinistra è obbligata a dare risposte. Non è facile: si tratta di una sfida alla quale, tuttavia, non ci si può sottrarre. Riassumendo, lo spettro della politica italiana annovera una destra che non ha risolto in modo definitivo il rapporto con la propria identità e una sinistra che non ha trovato in modo stabile un rapporto con la società. È questa la vera anomalia italiana: non l’assenza del consenso, ma l’assenza di una cultura politica capace di interpretarlo. E finché questa distanza non sarà colmata, la stabilità dei governi continuerà faticosamente a convivere con l’instabilità della democrazia.
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