L’eredità tradita di Emma Bonino
Molte cose è giusto lodare di Emma Bonino. Anzitutto, la passione politica. Vissuta come vocazione totale, come chiamata (Beruf), secondo la lezione di Max Weber. Con quella tigna ruvida e indomabile tipica dei piemontesi del Roero (era nata a Bra). Tanta roba, nell’epoca del disimpegno, del qualunquismo, del crollo della partecipazione, del riflusso nel privato
Lettura 3 min.Molte cose è giusto lodare di Emma Bonino, scomparsa venerdì scorso, dopo 78 anni di impegno politico sanguigno, totalizzante, intellettuale e corporeo al tempo stesso. Anzitutto, appunto, la passione politica. Vissuta come vocazione totale, come chiamata (Beruf), secondo la lezione di Max Weber. Con quella tigna ruvida e indomabile tipica dei piemontesi del Roero (era nata a Bra). Tanta roba, nell’epoca del disimpegno, del qualunquismo, del crollo della partecipazione, del riflusso nel privato. Apprezzabili, poi, molti contenuti di questo impegno: la lotta alla povertà, l’opzione europeista, l’umanizzazione delle carceri, l’abolizione della pena di morte…Fra tutti, merita un approfondimento il tema della liberazione femminile. Connesso, evidentemente, alla battaglia radicale per la liberalizzazione dell’aborto.
Forse, dopo anni di dura contrapposizione, proprio su questione femminile e aborto sarebbe l’ora di una riconciliazione fra cultura cattolica e cultura laica radicale. Non nel senso di un buonistico «vogliamoci bene», ma nel senso di saper riconoscere, pur nella irriducibile diversità delle idee, l’anima di verità contenuta nella posizione avversa (fu questo – credo – il senso della celebre visita di papa Francesco a Emma Bonino). Ai radicali come la Bonino noi cattolici dovremmo riconoscere il merito di aver posto – e realizzato – l’emancipazione femminile in un modo che noi non saremmo stati capaci. Che ci sia stato, nel tempo, un dominio e un sopruso del maschio sulla donna, esercitato sul suo corpo attraverso il grimaldello della maternità, appare dato difficilmente contestabile. Il maschio ingravidava, la donna (troppe volte) subiva. Anello fragile di un ingranaggio oppressivo di potere economico, politico, simbolico. Riconosciamolo onestamente: quanto ci avrebbe messo, da sola, la tradizione della Chiesa, che pur possiede la luce del vangelo (che parla di pari dignità fra uomo e donna), a svellere queste incrostazioni sociali di subalternità femminile? A incidere questi grumi culturali di supremazia maschilista? A recidere il bubbone della minorità della donna? Dire che le donne devono tanto a Emma Bonino non è un’iperbole tipica delle commemorazioni funebri.
Però anche i radicali dovrebbero riconoscere che c’è una verità innegabile anche nella posizione cattolica: il fatto che è sommamente ingiusto, e anche grottesco e paradossale, realizzare la liberazione di un povero e di un fragile (la donna) sulla pelle di un altro ancor più povero e ancor più fragile (il bambino). Ingiusto che a pagare il prezzo di concepimenti irresponsabili e senza amore fossero sempre e solo le donne: ancor più ingiusto, però, che adesso a pagare siano i bambini soppressi. Quantomeno anche la coscienza laica radicale dovrebbe convenire sulla necessità di evitare che, salvaguardando la libertà e la dignità della donna, venga a cadere ogni posizione di tutela e di garanzia verso il bambino. E invece precisamente questo sta accadendo: l’aborto è diventato ormai un diritto soggettivo (in Francia addirittura di rango costituzionale), non più quindi soltanto permesso e legalizzato in casi ben specifici (era lo spirito e la lettera della legge 194), ma semplice e lata espressione della libertà insindacabile della donna. Esattamente ciò che i radicali di Emma Bonino volevano fin dall’inizio realizzare. Trascurando però che, in questo modo, l’obiettivo (condivisibile) della liberazione della donna viene a passare attraverso l’eliminazione di un essere umano innocente (e si potrebbero qui citare le parole durissime di papa Francesco al riguardo…). La coscienza laica dovrebbe riconoscere la pertinenza di questo rilievo. E por mano almeno a una riconsiderazione in senso restrittivo della legge 194.
Si situa qui, a mio avviso, la critica più grande che, dopo molte lodi, potremmo muovere a Emma Bonino: aver dato involontariamente impulso all’individualismo libertario nella società italiana. Dico «involontariamente» perché, nella visione politica della Bonino, l’individualismo era in realtà una bestemmia: per lei, tutto ciò che era individuale era anche sociale, e parimenti tutto ciò che era liberale era anche sociale (da qui l’incomprensione con il Partito comunista del tempo, per il quale solo ciò che era collettivo poteva essere sociale; e sempre da qui la singolare «liason» con Silvio Berlusconi). Ma, nel passaggio dall’ideologia radicale al costume diffuso, questa dimensione sociale dell’individuo libero è andata completamente persa: ciò che, di fatto, è filtrato, nella società italiana, è stato l’individualismo puro e crudo, l’arbitrio elevato a regola, il «radical chic». Questa la nemesi paradossale del pensiero politico di Emma Bonino (per certi versi una vera e propria eterogenesi dei fini): se si afferma il primato assoluto della scelta individuale, della libertà sul bene oggettivo, dell’arbitrio personale sul valore, per quale motivo io dovrei essere sensibile ai poveri, ai carcerati, ai condannati a morte, alla solidarietà europea? Solo perché si tratta, anche loro, di individui liberi? Ma in fondo che diritto hanno di frenare e ostacolare la mia libertà individuale? Il patrimonio ideale e politico di Emma Bonino rischia di essere un’eredità capovolta e tradita.
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