L’Infantino che vive in ognuno di noi
La dinamica servo-padrone è uno dei topos non solo della società fin dalle sue origini, ma addirittura della più profonda antropologia umana. E’ un rapporto archetipico, fondativo, seminale, che ha dato spunto nei secoli a una vastissima letteratura.
E per quanto paradossale possa apparire, la figura più interessante tra le due non è quella del padrone. Il padrone è un profilo piuttosto prevedibile, prigioniero della sua boria, della sua arroganza, della sua sicumera che gli impedisce di vedere lo svolgimento implacabile del proprio destino, che è quello di agitarsi su questo palcoscenico scalcagnato per un po’ pensando di essere indispensabile, dimenticando che nessuno è indispensabile, che i cimiteri sono pieni di persone indispensabili e che verrà spazzato via dalla inesorabile ramazza del tempo. E che di lui non resterà niente. Né il nome né gli atti né la memoria. Solo una macchia di grasso sul terreno. E oltretutto al padrone, in vita, toccherà almeno una volta, facilmente più volte, diventare servo pure lui, servo di un altro padrone, più grande, gonfio e potente di lui. Più padrone di lui. E quindi ecco il paradosso del padrone al quale tocca il contrappasso di fare comunque il servo, che ne abbiamo così visti in carriera di capetti del quartierino trasformarsi in maggiordomi cerimoniosi alla sola vista di un pesce più grosso di loro. Una eclatante pedagogia, a ben vedere.
Molto più interessante, molto più profonda e molto più universale, per le ragioni che dicevamo prima, è invece la figura del servo, riportata agli onori della cronaca dalla spassosa, meravigliosa e assolutamente grottesca vicenda della telefonata del presidente degli States, l’inimitabile Donald Trump, al presidente della Fifa Gianni Infantino per obbligarlo ad annullare il cartellino rosso rimediato contro la Bosnia dal bomber della nazionale statunitense Jerry Balogun – violazione inedita e inaudita del regolamento sportivo - e permettergli così di giocare gli ottavi di finale del campionato del mondo di calcio contro il Belgio, poi comunque finiti malissimo per gli americani, che hanno beccato quattro pere e capito a loro spese che bene o male il Dio del calcio esiste.
Ora, la vicenda, anche da un punto di vista fisiognomico, lombrosiano – avete presente le facce di Trump e di Infantino? guardate che Lombroso è il vero genio italico degli ultimi due secoli… - è eminentemente fantozziana, sembra tratta da una delle tante immortali sequenze di un film di quel genio di Paolo Villaggio, con il racconto di un atto di sottomissione talmente plateale, talmente surreale e talmente maldestro da strappare le risate anche alla persona più lontana dal mondo del pallone. Ma forse nemmeno Villaggio è sufficiente. Perché questo è Gogol’, il gigantesco scrittore russo che è il vero padre ispiratore di Fantozzi e che ha riempito i suoi capolavori, da “Le anime morte” a “Il mantello”, “Il naso” e “Le memorie di un pazzo”, di tali e tanti omini falliti e succubi e grotteschi e sputacchiati dalla sorte, prede inermi della ferocia dell’esistenza e delle gratuite vessazioni dei potenti, una marea infinita di povericristi nei quali – questa la grandezza gogoliana – tutti quanti noi non possiamo non rivederci.
Perché è proprio questo il lato straordinario della vicenda Trump-Infantino. La sua universalità. E quindi è vero che tutti gli editorialisti e gli analisti e i commentatori hanno immediatamente e giustamente censurato il comportamento da padrone delle ferriere del rubizzo tycoon e quello strisciante, bavoso, lumachesco e zerbinesco del pulcinella Infantino, con tanto di indignazione e di riprovazione e di stigmatizzazione di quanto si sia caduti in basso e di quanto il baraccone pallonaro abbia perso gli ultimi residui scampoli di credibilità e di quanto sia diventato un circo lubrico dove contano solo i soldi, gli sponsor e i fondi di investimento e dove le regole non valgono più niente o non valgono allo stesso modo per tutti eccetera eccetera. Sì, certo, d’accordo, tutto vero. Ma fin troppo infervorati nel massacrare quel personaggio oggettivamente inqualificabile che è Infantino ci siamo dimenticati una verità nascosta, scomodissima e della quale giustamente ci vergogniamo.
E cioè che, sotto sotto, gran parte di noi, forse la maggior parte di noi, forse la stragrande maggioranza di noi, forse tutti noi - e soprattutto chi scrive questo pezzo, che della piaggeria ha fatto la pietra d’angolo della sua esistenza - se fosse stata nei panni del presidente della Fifa si sarebbe comportata esattamente come lui. Il servilismo, il farsi concavi e convessi, il saltabeccare da un padrone a un altro a un altro ancora, quando si è raggiunto un tale livello di potere, è qualcosa di iscritto nel codice genetico degli esseri umani. Facile parlare e catoneggiare quando sei fuori. Ma quando sei dentro, dentro la casta dei ricchi, dei potenti, degli uomini di rispetto, di quelli che ce l’hanno fatta con tutte le tue prebende e i tuoi bonus e i tuoi benefit e i tuoi privilegi e i tuoi pomposi incarichi altisonanti faresti di tutto per tenerteli stretti e non mollarli mai, mai e poi mai. E se arriva il capo del mondo a trattarti come uno zerbino, così sia: fai lo zerbino e ti fai calpestare e prendere a torte in faccia e a pedate nel sedere pur di stare attaccato per la lingua al carro dei vincitori.
Perché gli atti di adulazione e di cortigianeria plateale ci divertono così tanto e ci fanno così ridere? Perché li sentiamo nostri, ne abbiamo fatta larga esperienza in carriera e se conosciamo bene gli esseri umani - e quindi conosciamo bene noi stessi - sappiamo perfettamente a quali abissi di degrado morale siamo capaci di abbassarci pur di raggiungere l’obiettivo. E una volta raggiunto, cosa siamo capaci di fare per tenercelo.
Stasera, soli, nella nostra stanzetta, guardiamoci allo specchio e cerchiamo di essere sinceri almeno una volta: non vediamo spuntare dal fondo dell’anima l’Infantino che è in noi?
@Diego Minonzio
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