Ma da questa città si può solo scappare?

L’intervento di una trentunenne comasca: «In questi giorni in cui le proteste si abbattono su molte città italiane e straniere, ci indigniamo facilmente per la violenza che brucia le macchine e rompe le vetrine dei negozi. A Como riusciamo ancora a indignarci per quella, meno visibile, che toglie la speranza alle persone?»

Che opportunità offre la Como “place to be” ai suoi giovani? Pubblichiamo l’intervento di una ragazza comasca. Un bello spunto per parlare del futuro di questa città.

Sono una ragazza di 31 anni, ho studiato in Italia e lavoro all’estero nel settore culturale. Sono una di quelle persone che a volte vengono chiamate “cervelli in fuga”, un’espressione che ritengo inappropriata per diversi motivi. Tra questi, c’è il fatto che chi lascia il nostro Paese spesso non cerca il riconoscimento di uno straordinario talento, ma desidera soltanto condizioni di vita soddisfacenti. Come molti altri miei coetanei espatriati, svolgo un lavoro che mi interessa, ho un contratto a tempo indeterminato e ricevo una retribuzione che mi permette, a fatica, di vivere in una grande capitale europea. Niente di eccezionale, appunto. Eppure, quando mi confronto con amici rimasti in Italia, mi ritrovo a sentirmi fortunata e non riesco a immaginare un rientro in un futuro prossimo. La normalità è diventata un privilegio.

Venendo da una famiglia monoparentale con disponibilità economiche molto limitate, il mio percorso scolastico e universitario è stato sostenuto da diverse borse di studio. In quegli anni, la parola “meritocrazia” suonava come un antidoto magico per mia madre, costretta a suo tempo a entrare nel mondo del lavoro a 14 anni per aiutare la sua famiglia. L’impegno e il talento, finalmente riconosciuti dalle istituzioni come dei valori da tutelare, ci avrebbero aiutato ad accedere a possibilità per lei inimmaginabili, garantendomi la libertà di determinare il mio futuro.

Oggi, mia madre, 65 anni, è in pensione e vive in un appartamento in affitto con un contratto transitorio che scade a fine anno. Stiamo cercando un’altra sistemazione da mesi, senza successo. La nostra ricerca copre buona parte della provincia di Como sebbene non abbiamo una macchina e non possiamo permetterci di comprarne una. Ma la situazione è nota: scarsa offerta, netta predominanza di affitti brevi, canoni inavvicinabili. Gli alloggi comunali sono pochissimi e devono rispondere a situazioni di grave emergenza. Ma questo lascia senza risposte anche persone che, pur non trovandosi nella povertà estrema, non riescono più a sostenere il costo di una casa. E così ogni giorno ci confrontiamo con una città in cui il turismo e il profitto sembrano prevalere sempre più sul diritto di chi ci vive a trovare una casa accessibile. Verrebbe voglia di andarsene se non fosse che io l’ho già fatto e che mia madre ha degli impegni familiari che non glielo consentono. Continuiamo a pagare questo affitto già alto e non riusciamo a intravedere una soluzione.

Mentre la nostra stabilità economica viene erosa insieme a quella emotiva, constato che il sogno di mia madre si è realizzato: ho avuto accesso alle migliori opportunità che potessi desiderare di avere. Ma queste servono a poco o niente quando il futuro smette di essere considerato come un diritto di tutti, difeso con azioni politiche concrete, e viene rimesso alla fortuna individuale. In questi giorni in cui le proteste si abbattono su molte città italiane e straniere, ci indigniamo facilmente per la violenza che brucia le macchine e rompe le vetrine dei negozi. A Como riusciamo ancora a indignarci per quella, meno visibile, che toglie la speranza alle persone?

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