Quel giorno i bimbi persero l’innocenza

La brianza. Cinquant’anni dopo il disastro di Seveso, la memoria di una generazione cresciuta all’improvviso e la lezione intatta di una nube che minaccia ancora il nostro futuro

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Undici anni. Seveso a quindici chilometri da casa. Oggi sembrano pochi, allora erano un mondo intero. La Brianza degli anni Settanta era fatta di cortili, biciclette, estati infinite e della convinzione, tutta infantile, che il male abitasse sempre un po’ più in là, oltre l’orizzonte.

Poi arrivò il 10 luglio 1976. Arrivarono parole sconosciute: diossina, contaminazione, evacuazione. E arrivò un gesto che molti bambini di questa terra potrebbero riconoscere come proprio: alzare gli occhi al cielo nei giorni successivi, quasi aspettandosi di vedere quella nube avanzare lentamente. Perché a undici anni il pericolo deve pur avere un volto, un colore, una forma. Nessuno può immaginare che la minaccia più grande sia proprio quella invisibile. Forse è questa l’eredità più profonda di Seveso. Aver insegnato che esistono veleni che non fanno rumore, che non hanno odore, che non si vedono. E che proprio per questo fanno ancora più paura. Quel giorno finì anche l’innocenza di un’intera generazione brianzola.

Erano gli anni del boom economico. Le fabbriche significavano lavoro, benessere, riscatto sociale. In cambio si era disposti ad accettare quasi tutto. I fiumi cambiavano colore secondo gli scarichi delle aziende: rossi, blu, viola. Era una normalità che oggi appare incomprensibile, ma che allora veniva considerata il prezzo inevitabile del progresso. Purché ci fosse lavoro, purché l’economia crescesse. Seveso incrinò quella certezza. Fece capire che il benessere non può essere costruito sacrificando la salute e l’ambiente. E mostrò un’altra realtà spesso rimossa: anche l’Italia, anche la laboriosa Brianza, ospitavano produzioni altamente tossiche di multinazionali che consideravano accettabile convivere con rischi enormi.

In quegli anni Pierangelo Bertoli cantava “Eppure soffia”. Non era soltanto una canzone. Era un manifesto civile. Raccontava la speranza che il vento potesse ancora spazzare via l’arroganza di un modello di sviluppo incapace di interrogarsi sulle proprie conseguenze. A dare un volto umano a quella tragedia fu soprattutto Laura Conti con “Una lepre con la faccia di bambina”. Attraverso lo sguardo dei più piccoli riuscì a raccontare ciò che la cronaca non riusciva a spiegare: la paura, lo smarrimento, la scoperta che anche la natura può essere ferita fino a diventare irriconoscibile. Da Seveso nacque una coscienza nuova. La tragedia diede un impulso decisivo all’ambientalismo italiano, alla crescita delle associazioni, alla diffusione di una sensibilità che fino ad allora era patrimonio di pochi. Da quella ferita prese forma anche la celebre direttiva europea “Seveso”, destinata a cambiare per sempre le regole sulla sicurezza degli impianti industriali a rischio.

C’è un’immagine che riassume questi cinquant’anni. Là dove c’erano i veleni oggi cresce il Bosco delle Querce. Un bosco nato sopra una delle pagine più drammatiche della storia industriale italiana, simbolo della capacità della natura e dell’uomo di ricominciare. Proprio quel luogo, però, è oggi in parte minacciato dal passaggio della Pedemontana, quasi a ricordare che il conflitto tra sviluppo e tutela dell’ambiente non è mai definitivamente risolto. Per questo la presenza ieri del presidente Sergio Mattarella a Seveso assume un significato che va oltre la commemorazione. È il riconoscimento di un luogo entrato nella memoria civile del Paese. Perché Seveso non appartiene soltanto alla storia. Continua a interrogare il presente.

E quel bambino brianzolo che cinquant’anni fa scrutava il cielo aspettando una nube che non poteva vedere rappresenta ancora oggi tutti noi. Perché la lezione di Seveso è semplice e severa insieme: l’aria, l’acqua e la terra non conoscono confini. E ogni volta che si pensa di poter sacrificare l’ambiente in nome del profitto, quella nube invisibile torna ad affacciarsi sul nostro futuro.

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