Ricordo quel Como dei poveri ma belli
Editoriale Che spasso gli anni 80: Matteoli non aveva niente da invidiare a Perrone e Todesco (quando aveva voglia) dribblava come Jesús Rodriguez
Lettura 2 min.Caro direttore, altro che Champions. Non è la prima volta che il Como va in Europa nell’era moderna, parola di testimone. Sennò come potrei ricordare, in questa lettera che ti mando, una Budapest plumbea, uno 0-0 ghiacciato contro lo Csepel e un terzo posto per differenza reti nella Mitropa Cup del 1980? Un’altra era geologica in un altro mondo, quello oltrecortina, dove “La Provincia” mi aveva mandato a raccontare le gesta di Vierchowod e Serena praticamente bambini.
Non che fossi uomo di mondo più di loro, avevo 21 anni ed era la mia prima uscita da inviato. Poiché dall’impero sovietico nessuno poteva chiamare in Occidente senza l’autorizzazione del politburo locale, per dettare l’articolo alla redazione in viale Varese dovetti corrompere un barista verso mezzanotte, l’unico modo per usare un telefono. Smartphone? No, bachelite nera con cornetta. Il ritorno con la squadra su un inquietante Tupolev 134 fu un incubo: sedili rosicchiati dai topi, cappelliere ovunque tranne che al loro posto. Niente a che vedere con la top class della squadra da Champions. Ma arrivò una rivelazione geopolitica: i comunisti non avrebbero mai vinto la Guerra Fredda.
Roba da boomer. Ricordi impressionisti smossi dall’impresa di Fabregas e dei suoi ragazzi, da quelle meravigliose «cose da Paz» che ti fanno chiudere gli occhi ed entrare nella dimensione della memoria. Questo Como guarda negli occhi l’Inter, il Napoli, la Roma. Allora i tifosi si buttavano nel lago davanti al Tempio Voltiano per molto meno. Per esempio una promozione in A (il grande salto dalla C lo fece anche Pippo Marchioro e il fotografo Alberto Diotti lo trasformò in libro) o una salvezza tignosa e sublime come quella del 1984, con Ottavio Bianchi in panchina e numeri da imbarazzo. Dove oggi impazza Douvikas (14 gol) allora il capocannoniere fu Morbiducci con 3 reti. Una meravigliosa miseria. Regnava lo 0-0, che peraltro Gianni Brera definiva «il risultato perfetto».
Ieri e oggi
Negli anni 80 era il Como dei poveri ma belli, ma abbiatene rispetto: Matteoli non aveva niente da invidiare a Perrone e Todesco (quando aveva voglia) dribblava come Jesús Rodriguez. Volete mettere Vojvoda con Galia? Abitava a Breccia, io a Camerlata. Arrivava in bus fino alla fontana, dove salivo e cominciavamo l’intervista traballando sotto lo sguardo basito dei passeggeri (ci fosse stato Instagram…). «Non dirlo al mister» mi urlava Tempestilli balzando sul sedile posteriore della Vespa; lui era sempre in ritardo e rimediava così, dall’Hotel Continental allo stadio (quattro passi). Nonostante le genialità dello scouting, le raffinatezze tattiche e la paccata di milioni indonesiani, questo Como non arriva solo dalla cantera del Barcellona. Arriva dalla sua piccola grande storia forgiata dentro la passione, la fatica e il coraggio della gente di lago che da sempre è attirata dalle sfide oltre l’orizzonte.
Ma il tempo di «pulenta e galèna fregia» è finito. Ora siamo uno squadrone e tutti ci soffrono, tranne il Milan che ci ha sempre sofferto. Soprattutto quel giorno di gennaio del 1985 a San Siro, quando due schiaffi di Matteoli e Bruno annichilirono la corazzata di Liedholm: loro non stavano in piedi sul ghiaccio, gli azzurri invece erano perfettamente piantati grazie ai tacchetti tedeschi a ventosa portati da Hansi Muller.
Dice, ma non c’è neanche un italiano. Arriveranno e saranno forti. Intanto azzeccare gli stranieri non è per niente facile. Il primo di quell’era geologica fu l’austriaco Dieter Mirnegg, che arrivò in piazza Cavour, vide l’acqua alta e pensando a un’alluvione voleva già andarsene. Era un terzinaccio e durò poco. Un giorno chiesi al ds Cecco Lamberti perché l’avesse preso. Lui masticò il toscano e con la voce smerigliata dal tabacco rispose: «Bravo in barriera».
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