Verso Como città d’arte l’esempio di Turner

La mostra. Questo progetto è importante per ricordare a noi stessi, nonché alle frotte di turisti che visitano Como e al resto d’Italia, che il Lario non è soltanto una meta esclusiva per star hollywoodiane ma è un orizzonte ricco di suggestioni e ispirazione per artisti, scrittori, poeti, musicisti e cineasti

Lettura 4 min.

Como (con il suo inseparabile lago) ha le potenzialità per essere annoverata tra le “città d’arte”? Quelle, per intenderci, che attirano turismo culturale in tutte le stagioni? Oggi è lecito tornare a porsi una domanda che serpeggia da oltre vent’anni, ovvero da quando il tessile non è più il principale motore economico del territorio. Da ieri, infatti, è aperta al pubblico una mostra che appare come un passo avanti in questa direzione e che, almeno per qualcuno, corona un piccolo sogno. Ci riferiamo a “Turner, l’incanto del lago di Como e del paesaggio italiano”.

Portare a Como le opere che il grande artista inglese ha dedicato al nostro lago, mai esposte prima in Italia, era un auspicio lanciato dalle colonne di questo giornale fin dal 2019, quando proponemmo a voi lettori la rubrica “Como un quadro”, un viaggio intorno al Lario in cento opere d’arte con il “pittore della luce” come nume tutelare, perché, tra le altre cose, cadeva il 150° dell’interramento del luogo che più lo ha “ossessionato”, il porto poi trasformato in piazza Cavour, e perché con le svariate decine di schizzi lariani racchiuse nei suoi taccuini ha segnato delle rotte di turismo culturale ancora valide e percorribili. Ora che il sogno è diventato realtà, grazie alla collaborazione attivata dal Comune di Como con la Tate di Londra, che ha fruttato la mostra su tre sedi (Pinacoteca, Broletto e San Pietro in Atrio), vale la pena di riprendere seriamente il dibattito su “Como città d’arte”, messo sul piatto anche dall’assessore Enrico Colombo nella presentazione alla stampa.

“Riportare Turner a casa”, per usare la metafora del sindaco Alessandro Rapinese, è importante per almeno due motivi. In primis per ricordare a noi stessi, nonché alle frotte di turisti che visitano Como e al resto d’Italia, che il Lario non è soltanto una meta esclusiva per star hollywoodiane in cerca di privacy e lusso nelle sue ville o di influencer a caccia di like facili, ma è da secoli un orizzonte ricco di suggestioni e ispirazione per artisti, scrittori, poeti, musicisti e cineasti. Se il “Lake Como” era stato dimenticato nelle precedenti mostre su Turner e l’Italia, tenute a Ferrara, Roma e Torino, e persino nella grande esposizione tematica sul Grand Tour ospitata tra il 2021 e il 2022 alle Gallerie d’Italia di Milano, la colpa è prima di tutto nostra. Ci siamo adagiati per oltre un secolo sull’industria che bene o male dava lavoro a tutti e abbiamo perso di vista la cultura. Non a caso, quando nei primi anni Duemila, il sottoscritto si trovò, da cronista, a porre la domanda iniziale di questo articolo («Como può diventare una meta di turismo culturale?») ricevette dagli operatori economici la risposta, lapalissiana, che «mica abbiamo il Louvre», e, per contro, da una grande scrittrice e filologa come Maria Corti, il monito che «noi intellettuali non crediamo in Como città di cultura». Lo diceva pensando alle occasioni perse, ma, con lo sguardo al futuro, aggiunse che «i comaschi lo devono sapere in modo che sia uno stimolo per fare meglio». Da allora qualcosa è successo: sono nati festival letterari, cinematografici, musicali e scientifici, anche se forse nessuno è ancora riuscito a identificarsi con la città intera e attrarre un turismo dedicato. Sono nate o hanno compiuto salti di qualità realtà museali su tutto il territorio, dalla Brianza (si pensi al Museo del cemento di Merone, a quello del Cotone a Ponte Lambro o allo Spazio e al Percorso Segantini a Pusiano) all’Alto Lago (dal Museo della Barca Lariana di Pianello a quello della Fine della guerra a Dongo). Como, cinque anni fa esatti, ha ottenuto il riconoscimento di città creativa Unesco per la tradizione tessile. Inoltre, si è scavato - anche sulle pagine de “La Provincia” e de “L’Ordine”, perché un giornale locale deve sempre fare la sua parte - in quella miniera d’oro rappresentata dagli itinerari d’autore che ci possono portare a scoprire rive, borghi e monti del Lario sulle orme di innumerevoli donne e uomini di tutti i campi delle arti, dalla prima alla settima (ma anche l’ottava, la fotografia che in riva al nostro lago è nata, e la nona, il fumetto). Eppure tutto questo patrimonio non è ancora sufficientemente noto a tutti, a partire, molto spesso, dagli stessi residenti.

Il secondo punto importante della mostra di Turner, nonché quello decisivo per il futuro, è fare rete, non solo formalmente, ma con una visione e degli obiettivi comuni forti e chiari. L’assessore Colombo ha citato l’esempio della duplice sinergia legata alla rassegna appena aperta, quella internazionale con la Tate, e quella locale con il Comune di Tremezzina e il suo Museo del Paesaggio, dove è allestita fino al 1° novembre un’esposizione complementare, dedicata ai “Paesaggi d’autore sul Lago di Como dal Grand Tour alla Belle Époque”. Chi scrive è di parte e va detto, perché ha curato la seconda e collaborato al catalogo e ai testi di sala della prima, e, soprattutto, perché crede fermamente che il Lario sia uno straordinario museo diffuso e spera che in tanti colgano l’occasione di queste due mostre e di tante altre iniziative meritorie (si pensi a quelle messe in campo dal giovanissimo coordinamento Ville e Musei del Lago di Como) per immergersi nella bellezza lariana con la stessa curiosità di Turner e magari anche con lo stesso mezzo: i battelli, di cui quest’anno si festeggia il bicentenario. Il grande artista inglese, infatti, fu visto da un suo contemporaneo effettuare oltre venti schizzi in un’ora e mezza di navigazione a vapore.

Da Turner, viaggiatore frenetico, eppure mai superficiale, dovremmo imparare anche a “darci una mossa”. Perché una specie di Louvre lo abbiamo, ma diffuso e frammentato sul territorio non di una, bensì di tre province, Como e Lecco e Sondrio, che sono parte di un sistema percepito come unico dai grandi viaggiatori del passato, dai tempi dei Plinii fino a quelli di Turner e oltre, e che oggi dovrebbero fare più gioco di squadra. Speriamo che chi si recherà in Pinacoteca per visitare la mostra di Turner, ne approfitti anche per ammirare le due sale gioviane recentemente riallestite, testimonianza del primo museo della storia fondato da Paolo Giovio nella sua villa in Borgo Vico, e non perda il piano dedicato a Sant’Elia, Terragni, Parisi e gli astrattisti, ovvero quel Novecento lariano che ha saputo parlare al mondo. Sono prove che nel Dna la “città d’arte” l’abbiamo, ma per riportarla in vita occorrono consapevolezza, determinazione e competenza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA