Vetrine rotte e Gauloises fuori tempo

L’editoriale È sacrosanto punire chi ha spaccato una vetrina, chi ha rubato, chi ha aggredito. Ma un processo si fa ai fatti provati, non alle idee che circolano intorno

Ménilmontant, novembre 2005. Parigi qui sembra un paese. Un circolo anarchico, fumo di Gauloises, una sala bassa. Al tavolo Oreste Scalzone, ancora rifugiato in Francia per sfuggire alla condanna definitiva nel processo “7 Aprile”. Parla torrenziale, in un francese che ricorda il “rap del Trap”, l’immortale sfogo in tedesco di mister Trapattoni. Chi scrive è lì per un documentario sugli anni Settanta e l’intervista è stata fissata in quel posto.

È sacrosanto punire chi ha spaccato una vetrina, chi ha rubato, chi ha aggredito. Ma un processo si fa ai fatti provati, non alle idee che circolano intorno

Fuori la città brucia. I casseur paralizzano le periferie, auto in fiamme, scuole, depositi. Giovani di seconda o terza generazione. Niente politica, solo rabbia. Dentro, l’assemblea pubblica con qualche altro intellettuale organico, professoresse della Sorbona, borghesissimi studenti del terzo arrondissement. Di neri o magrebini neanche l’ombra. Tutti a chiedersi come quella rabbia possa diventare politica, come quei ragazzi furiosi delle periferie possano diventare un soggetto rivoluzionario. Risposte non ce ne sono. Mancano gli strumenti per capire, e manca chi quel furore ce l’ha addosso. Il fumo riempie la stanza e le parole sanno di un’altra epoca. Il vocabolario di quell’assemblea viene dagli anni Settanta. Quello della strada non è ancora scritto.

L’esplosione della rabbia

Questo episodio torna in mente dopo il saccheggio di Milano e le polemiche che durano da due settimane. Un’esplosione di rabbia che sfugge alle categorie. Non ha destra né sinistra. Scavalca anche le proteste dei centri sociali più radicali, che non possono avere sintonia con questi ragazzini delle periferie che arraffano cinture e giubbotti firmati dalle vetrine. Qualcosa, ricorda forse il Movimento del Settantasette, gli assalti ai ristoranti di lusso a Bologna, il corto circuito nella città vetrina del Pci. Ma allora la politica c’era ancora. Aveva parole, cortei, servizi d’ordine, violenza organizzata sotto la coperta dall’ideologia. Qui c’è la vetrina e basta. Il desiderio ridotto a una taglia, a un marchio. Una vetrina è l’unica scena che la città offre a chi sta ai margini. L’hanno presa d’assalto senza slogan, senza bandiere, senza nessuno cui rendere conto.

Poi c’è il giovane fermato con l’accusa di voler organizzare i saccheggi. Un ricercatore universitario che definisce il 7 ottobre di Hamas “un atto di resistenza”, la moglie mediatrice culturale. Amministrava un canale Telegram nato dopo i fatti. Difficile comprendere cosa c’entri con ragazzini a caccia di griffe. L’inchiesta non si mette in discussione. I dubbi però sono un diritto. Il Gip non ha convalidato il fermo e lo ha rimesso in libertà. Giorgia Meloni ha attaccato la magistratura.

«Se i ragazzi bruciano, qualcuno li ha istruiti, e un nome si trova sempre»

Ma la memoria è più lunga della polemica. Dagli anni Settanta l’Italia conosce i “cattivi maestri”. Se i ragazzi bruciano, qualcuno li ha istruiti, e un nome si trova sempre. Molti di quei teoremi si sono sciolti in aula, anni dopo, quando le vite erano già state spese. Un ragazzo arrestato per un’idea, per un libro, per una frequentazione, resta marchiato anche da assolto. Un teorema ha una virtù: consola. Dice che c’è un ordine, che c’è una regia, che c’è un colpevole da mettere in prima pagina. Allora come oggi, la fretta di trovare un mandante somiglia alla fretta di non guardare.

È sacrosanto punire chi ha spaccato una vetrina, chi ha rubato, chi ha aggredito. Per questo esistono i reati e i processi. Ma un processo si fa ai fatti provati, non alle idee che circolano intorno. Che alla storia serva un cervello non basta a trovarlo in un ricercatore. Per ora le accuse restano accuse. La presunzione d’innocenza vale per tutti, a cominciare da chi è comodo sospettare. La verità ci sembra più scomoda: la rabbia non ha regista. Nasce da periferie dove le vetrine del centro stipate di griffe sono un obiettivo da raggiungere, in un modo o nell’altro.

A Ménilmontant, quella domenica di ventun anni fa, la sala era piena di intelligenza e vuota di parole in grado di capire quei ragazzi delle banlieue. Fuori bruciavano. Forse dobbiamo cominciare a pensare che le città si tengono insieme con le parole condivise. Dove non ci sono, restano i vetri rotti e le sirene. Capire non è assolvere. È rifiutare una scorciatoia.

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