Delitto di Asso, la malattia negata da tutti

Omicidio in caserma Il brigadiere che uccise il comandante incapace di intendere da un anno prima della tragedia. La corte militare d’Appello cancella la condanna per gli spari in casa che portarono al ritiro temporaneo dell’arma

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Asso

La tragedia nella caserma Carabinieri di Asso poteva essere evitata? Nella devastante vicenda sfociata con l’omicidio del luogotenente Domenico Forceri, nell’ottobre 2022, per mano del brigadiere Antonio Milia si inserisce ora un nuovo tassello che - ancorché con il senno del poi - porta a ipotizzare che gli elementi per intervenire prima che fosse tardi vi fossero. Fin dal primo procedimento penale a carico del brigadiere, quello che aveva portato al ritiro della pistola di servizio. Poi incredibilmente restituita neppure nove mesi più tardi.

La corte militare d’Appello ha accolto la richiesta di revisione della condanna per danneggiamento aggravato, inflitta a Milia per lo sparo esploso nel gennaio del 2022 all’interno del proprio appartamento, ai piani superiori della caserma di Asso. I giudici hanno cancellato la condanna e assolto il militare perché, come sottolineato nella consulenza psichiatrica eseguita nell’ambito del procedimento per l’omicidio del comandante di stazione, l’imputato nel gennaio 2022 era già affetto da disturbo delirante a contenuto paranoide, ma che la storia psicopatologica è «molto probabilmente datata mesi prima». Forse poco dopo l’arrivo del nuovo comandante, avvenuto nel febbraio dell’anno precedente.

Insomma, se la Procura militare che indagò sullo sparo esploso in caserma avesse provveduto fin da allora a sottoporre a consulenza psichiatrica Milia, molto probabilmente il brigadiere non avrebbe più riavuto la propria pistola d’ordinanza, quella con cui ha sparato e ucciso al proprio comandante.

E dopotutto la sera dello sparo i famigliari del militare, preoccupati per le sue condizioni, lo convinsero a farsi visitare al Pronto soccorso del Sant’Anna dove i medici decisero per il ricovero. Dall’ospedale Milia uscì con una diagnosi di “depressione atipica”, la prescrizione di due medicinali usati per la cura dei disturbi bipolari, depressivi e psicotici e l’indicazione a sottoporsi a controlli presso il Cps di Longone al Segrino.

Nell’istanza di richiesta di revisione, l’avvocato di Milia, il penalista Roberto Melchiorre, aveva ripercorso nel dettaglio le vicende del 26 gennaio, quando il brigadiere mentre riponeva l’arma carica e senza sicura nei propri pantaloni faceva esplodere un colpo di pistola che danneggiò le piastrelle dell’appartamento di servizio (da qui il procedimento per danneggiamento aggravato). «Tale comportamento - ha sottolineato il legale - avrebbe dovuto certamente porre interrogativi sulle ragioni che spingevano un militare esperto a un errore così grave».

La cronaca, purtroppo, è nota. Milia viene nuovamente esaminato dalla commissione medica militare, composta da ufficiali medici di cui nessuno specializzato in psichiatria, e viene definito idoneo al servizio nonostante l’assunzione di un farmaco psicotropo. La sera del 27 ottobre il brigadiere prende l’arma e uccide il luogotenente Furceri.

Per quel delitto, così come ora per il danneggiamento dovuto allo sparo esploso mesi prima, è stato dichiarato incapace di intendere e di volere.

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