Omicidio Mazzotti, i giudici sicuri: «Calabrò resti in carcere»

Il Riesame di Milano risponde ai dubbi della Cassazione. Confermati il pericolo di fuga e di reiterazione del reato: «Non può uscire»

Milano

Ci hanno messo un paio di settimane soltanto, i giudici del Riesame di Milano, per rispondere ai dubbi della corte di Cassazione sull’effettiva sussistenza degli elementi che giustifichino la custodia in carcere di Giuseppe Calabrò, detto u’ dutturicchiu, condannato all’ergastolo (in primo grado) per il sequestro e l’omicidio di Cristina Mazzotti, rapina dalla ’ndrangheta e uccisa dopo un mese di atroce prigionia nell’estate di 51 anni fa.

Un pronunciamento rapidissimo e di totale conferma dell’ordinanza emessa dalla Corte d’Assise di Como il 25 febbraio scorso, nonostante i dubbi della Cassazione. La Suprema Corte, nel luglio scorso (ma la sentenza era stata depositata solo il 5 ottobre), aveva accolto il ricorso degli avvocati di Giuseppe Calabrò, 76 anni, annullando il provvedimento di custodia cautelare in carcere.

I giudici romani avevano ritenuto insufficientemente motivati due presupposti fondamentali per mantenere Calabrò in carcere: il pericolo di commettere nuovi reati e quello di fuggire.

Calabrò era stato arrestato un paio di giorni dopo la sentenza di condanna all’ergastolo emessa dalla Corte d’Assise di Como lo scorso inverno. Dapprima fermato per pericolo di fuga, a suo carico è stato confermato il provvedimento cautelare anche per pericolo di reiterazione del reato.

Su quest’ultimo aspetto la Cassazione aveva sottolineato che Calabrò è stato scarcerato «Calabrò è un pericolo concreto, un uomo disponibile alla violenza che potrebbe commettere gravi reati con uso di armi» nel 2008 e che, nei successivi diciotto anni, non risultano a suo carico nuove indagini o segnalazioni di polizia penalmente rilevanti. I giudici del riesame avevano valorizzato il suo passato criminale, i collegamenti con la ’ndrangheta, le intercettazioni dell’inchiesta “Doppia curva” e le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia. Ma, secondo la Cassazione, questi elementi non bastano a dimostrare che “u’ dutturicchiu” sia ancora oggi concretamente pericoloso. E questo perché: i precedenti penali risalgono principalmente agli anni Ottanta e Novanta, nell’inchiesta “Doppia curva Calabrò” non risulta indagato o imputato, le intercettazioni a lui contestate necessitano di una valutazione più approfondita nel loro contesto e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sono definite dalla Suprema corte troppo generiche.

La risposta del Riesame non si è fatta attendere. E meno di una ventina di giorni dopo la pubblicazione della sentenza hanno emesso l’ordinanza che conferma in pieno il provvedimento della Corte d’Assise che aveva bollato Calabrò come un pericolo concreto, un uomo «disponibile alla violenza» che potrebbe tornare a commettere «gravi delitti con uso di armi» e la cui «ascesa nella ’ndrangheta» era iniziata proprio «con il sequestro di Cristina Mazzotti a Eupilio» Ora si attendono le motivazioni. Ma quasi sicuramente la difesa tornerà in Cassazione.

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