Connettere arte e futuro: la sfida dell’Accademia di Como Aldo Galli

Percorsi I progetti dell’architetto Giovanni Ottonello, nominato alla guida dello storico istituto comasco del network IED: «Chi decide di fare moda pensa spesso che il punto di partenza sia la forma, mentre in realtà viene prima il tessuto»

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Giovanni Ottonello, architetto laureato a Genova e Art Director di IED, è da poco stato nominato direttore dell’Accademia di Como Aldo Galli IED Network. Lo abbiamo intervistato per capire come nasce questa nomina e quale direzione intende dare all’istituto.

Cosa l’ha convinta ad accettare proprio ora?

«Mi piacciono le sfide, perché è una cosa che mi rende vivo: non bisogna mai adagiarsi su nulla. Quello che mi ha interessato di più è stata la possibilità di mescolare le aree creative. Io in realtà ho cominciato la mia carriera con gli allestimenti di mostre d’arte, quindi l’idea di tornare a occuparmi di arte, restauro e pittura mi piaceva moltissimo. C’è poi un tema a cui sono molto affezionato, quello del tessile: chi decide di fare moda pensa spesso che il punto di partenza sia la forma, mentre in realtà è prima di tutto il tessuto. Conoscere le aziende, far capire agli studenti quanto conti la performatività di un tessuto, il fatto che il tessuto abbia memoria: sono temi che mi piace molto approfondire, e che porterò anche in Accademia. È stato l’insieme di questi elementi, più che uno solo, a farmi dire di sì».

Qual è la sua idea di direzione: continuità con la gestione precedente o discontinuità dichiarata?

«Sono qui da un mese e per mia natura non sono uno che guarda indietro, al passato. La prima cosa che sto cercando di fare è quella di conoscere le splendide persone che compongono lo staff dell’Accademia di Como, e poi il contesto in cui l’istituto è inserito: è quello, in realtà, che mi spingerà nella direzione giusta. La presunzione di dire “io voglio fare” di solito non porta da nessuna parte. Ho già incontrato figure importanti e aziende del territorio, e sono convinto che siano loro ad aiutarti a capire quale sia la strada da intraprendere. Ho ovviamente delle idee, ma sono anche al servizio loro e degli studenti. Non si può stravolgere tutto, anche perché un’Accademia ha vincoli e iter amministrativi e burocratici inevitabili da rispettare, come qualunque altra realtà».

Che ruolo gioca il legame con Como e il suo tessuto produttivo nella sua visione didattica?

«Mi piace l’idea che il tessuto sia composto da trama e ordito: se manca una delle due, crolla l’intera struttura. Non a caso si parla di tessuto connettivo, di tessuto urbano, di una rete di relazioni che è, appunto, tessuto. In un periodo non facile per alcuni comparti, credo sia essenziale l’idea di educazione, intesa come capacità di far capire alle persone quanto conti il mondo che sta dietro alla moda, che non è solo il punto d’arrivo. Molti studenti immaginano la sfilata, il red carpet, lo shooting, ma quella è solo la parte visibile di un universo che resta in gran parte nascosto e che ha un peso decisivo. Si può disegnare benissimo, avere un progetto bellissimo, ma se non si conoscono le caratteristiche di un tessuto, quella forma crolla, quella manica cade».

L’Accademia fa parte del network IED, con il polo di Milano: come incide questo sulla sua visione?

«È importante perché l’Accademia può farsi portavoce, diventare un megafono, oppure le altre sedi possono trovare qui stimoli per i tessuti, le stampe e tutto ciò che riguarda un comparto in cui questa zona è un’eccellenza. Il network ci aiuta e ci favorisce: abbiamo molti progetti speciali e relazioni con aziende anche lontane dal mondo del tessile o della moda, da cui possono nascere concorsi e progetti. C’è molta osmosi, ed è normale che sia così: non ci si può chiudere nel proprio castello pensando di essere autosufficienti».

L’Accademia Galli ha una storia legata al restauro, che la distingue da altre realtà: come pensa di valorizzare questa specificità?

«Abbiamo restauro pittorico su tela, legno e lapideo, e un percorso lunghissimo alle spalle, seguito da due coordinatrici straordinarie, Elena Luzzani e Federica Colombani. Ci rivolgiamo molto ai musei e a restauri di chiese: gli studenti escono dalle mura dell’Accademia, aprono cantieri, fanno sopralluoghi, vivono davvero sul campo. In questo ambito abbiamo legami con le sovrintendenze e con i comuni, perché torna il tema della memoria e della salvaguardia. Pensare che uno studente di 18 anni, nel pieno della tecnologia e del digitale, abbia voglia di proteggere la propria storia e portarla nel futuro è per me un patrimonio enorme: significa aver capito l’importanza di chi ci ha preceduto».

L’intelligenza artificiale sta cambiando molte professioni, comprese quelle creative: che impatto ha avuto sulla didattica?

«Il problema dell’intelligenza artificiale è soprattutto un problema di narrazione, di come è stata raccontata, un po’ come accadde con l’arrivo della fotografia o di certi software importanti. L’intelligenza artificiale è uno strumento in più che aiuta lo studente, il designer, il creativo, ma non si sostituisce a lui: è il creativo a dare i comandi alla macchina, che si muove poi in maniera più rapida. Il tempo è un elemento importante, e l’IA migliora la qualità della vita di chi lavora, ma senza l’input la macchina non si autocostruisce: al massimo somma algoritmi, senza un vero atto creativo. È la parte umana ad attivare il processo, come un interruttore della luce. Certo, alcune professioni si trasformeranno per via della precisione e della rapidità dell’esecuzione richiesta, ma quando ne tramontano alcune, ne nascono altre: è successo con la fotografia quando sono arrivate le macchine digitali. Ma anche in quell’occasione la professione non è morta, si è evoluta».

Rimane in qualche modo legato a IED, dove per anni è stato Art Director?

«Sì, ho un rapporto lunghissimo con IED e resto Brand Ambassador. Per anni ho vissuto un legame molto forte con il mondo, nel vero senso della parola: mi muovevo nei paesi più importanti in occasione di Design Week, Fashion Week o altri eventi, in collaborazione con le università, per creare relazioni, connessioni, progetti e supporto agli studenti. Quella dimensione resta, ed è preziosa anche per l’Accademia, perché l’idea di rete si applica anche qui: l’Accademia di Como non è ai confini dell’impero, ma parte integrante del network IED. Tutto quello che si fa all’esterno ricade naturalmente anche su di essa».

Il passaggio da Art Director di IED a direttore di un’Accademia comporta un cambio di prospettiva: cosa porta con sé di quell’esperienza?

«È probabilmente anche il motivo per cui mi hanno scelto: ho un percorso anomalo, mi sono laureato in architettura, mi sono occupato di food design, da oltre venticinque anni mi occupo di moda, ho fatto consulenze per il lusso e ho collaborato con Ronconi e le scuole di teatro. Questa trasversalità, o come vogliamo chiamarla, è un valore aggiunto, perché dà una visione molto più ampia: quando parli con un’azienda hai subito l’elasticità di vedere connessioni con altri ambiti. Non è un percorso verticale: un progetto può riguardare un bicchiere come un vestito o qualcosa legato al cinema, ci sono tante contaminazioni. L’Accademia è l’unica ad avere restauro e pittura insieme al resto: viviamo in un’epoca liquida, in cui le figure professionali sono sempre più aperte e il mercato chiede elasticità e flessibilità, una condizione che io vivo sulla mia pelle da sempre».

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