Imprese sotto pressione: «Necessario unire le forze»

Stefano Modenini, direttore Aiti, traccia un bilancio del primo semestre e parla del nuovo accordo fiscale. «Sta aumentando la quota di frontalieri che decide di trasferirsi a vivere in Svizzera. Il trend si consolida»

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Metà anno è trascorso ed è tempo di riflessioni per l’industria ticinese. Ne parliamo con il direttore di Aiti Stefano Modenini che analizza luci e ombre, nonché le aspettative per i prossimi mesi. Sottolineando quanto occorra un’unione di forze da parte degli attori principali del territorio, ad iniziare dalle imprese stesse e dallo Stato. E non trascurando il tema dei frontalieri che non solo ora rallentano con il nuovo accordo fiscale (salvo trasferirsi in Svizzera): invecchiano e il problema delle risorse umane per il futuro si accentua.

Come si è chiuso per le imprese ticinesi il primo semestre 2026?

L’industria è un settore eterogeneo fra rami di attività molto differenti fra loro, anche se accomunati da problematiche simili. La prima parte del semestre sembrava indicare maggiore ottimismo per l’anno in corso; purtroppo, nel secondo trimestre la situazione è peggiorata, anche a seguito del perpetuarsi delle difficoltà internazionali. La domanda resta debole, a iniziare dal mercato europeo che per la Svizzera resta il riferimento principale. In particolare sofferenza restano rami come meccanica, metalmeccanica ed elettronica. Il farmaceutico resta competitivo, ma l’incertezza legata al mercato americano e la possibilità in futuro di dazi maggiorati non lasciano tranquille le aziende.

La tempesta dazi si è riaccesa, con le nuove accuse dagli Usa, Svizzera compresa. Quanto possono danneggiare le aliquote il commercio con l’America da parte delle aziende ticinesi e come si può affrontare questa situazione?

Occorre ricordare che si tratta di dazi all’importazione, a essere colpiti sono prima di tutto chi importa merci dalla Svizzera. L’incertezza su quello che succede è un veleno pericoloso per chi fa impresa. Poi bisogna distinguere fra multinazionali e grandi gruppi industriali e le piccole e medie imprese, molte delle quali non hanno una stabile organizzazione negli Stati Uniti. Nella misura in cui i dazi restano al livello attuale, con una leggera differenza di trattamento purtroppo rispetto all’UE, le imprese svizzere fanno fronte alla situazione anche se ciò causa loro costi supplementari. Tuttavia, sappiamo bene che le incertezze restano, perché l’amministrazione americana potrebbe proporre in futuro un aumento dei dazi evocando una presunta sovraproduzione industriale. Non credo che fino alla scadenza del mandato questa amministrazione USA rinuncerà a usare tutti gli strumenti possibili per cercare di mettere in difficoltà le economie degli altri paesi.

In questo contesto, quali sono le aspettative per i prossimi mesi?

Ci attendiamo un secondo semestre debole e una crescita del Pil a livello nazionale ridimensionata, anche al di sotto dell’1 % forse. La domanda resterà debole e le imprese non potranno giovarsi di particolari effetti di riduzione sui diversi costi che devono sopportare. Allo stato attuale le prospettive per il 2027 dovrebbero essere migliori ma la situazione internazionale, che non accenna a mutare in positivo, non permette di confermare questa prospettiva.

Quali sono gli strumenti che le aziende possono utilizzare per non lasciarsi scuotere? Quanto è importante collaborare nel Cantone (e anche oltre frontiera)?

Soprattutto le piccole e medie imprese non hanno molti strumenti in mano rispetto ai grandi gruppi industriali. Resta il fatto che i loro clienti, ovunque essi si trovano, hanno instaurato negli anni un rapporto di fiducia e dunque tendenzialmente non rinunceranno facilmente a rivolgersi a imprese svizzere affidabili e con prodotti di qualità. Ora più che mai però c’è bisogno che gli attori principali del territorio, ad iniziare dalle imprese stesse e dallo Stato, uniscano le forze per migliorare costantemente le condizioni quadro del territorio per fare impresa in Ticino. Le altre regioni svizzere ed europee sono competitive e non possiamo stare a guardare. Tanto più che l’impatto forte delle tecnologie, in particolare proprio nell’industria, rischia di mettere fuori mercato imprese e settori di attività. Poi per noi resta chiaro il fatto che in una logica di territorio esteso bisognerebbe operare maggiormente in un’ottica transfrontaliera. Soprattutto le regioni del nord dell’Italia hanno una forte tradizione industriale, che accomunata alla qualità industriale presente in Ticino fanno del territorio transfrontaliero un player internazionale di tutto rispetto. Ma non tutti purtroppo se ne rendono conto.

Intelligenza artificiale, le imprese stanno investendo?

Le aziende ticinesi si stanno muovendo e diverse applicazioni a livello industriale sono già visibili. Ma occorre anche una certa prudenza. Prima di tutto perché anche l’IA evolve molto rapidamente e poi perché gli investimenti richiesti possono essere ingenti e in questa fase le imprese hanno difficoltà ad andare oltre una certa soglia di investimenti. Restano poi diversi nodi ancora aperti, come la sicurezza informatica. E prima ancora dell’IA bisogna anche pensare a incrementare i processi di digitalizzazione.

Il problema del ricambio generazionale e della formazione è particolarmente sentito. Qual è l’evoluzione degli strumenti per affrontarlo?

Bisogna lavorare su piani diversi accettando che la realtà non può essere cambiata in pochi anni e predisponendosi in particolare per l’uscita dal mercato del lavoro della generazione nata negli anni Sessanta del secolo scorso. Poi bisogna accettare il fatto che i giovani non sono tutti necessariamente interessati a formarsi una famiglia. Sicuramente bisogna incrementare la percentuale di donne che restano nel mondo del lavoro e che lavorano a una percentuale maggiore del loro tempo. Anche verso le nuove generazioni l’atteggiamento deve cambiare perché i giovani hanno un approccio differente rispetto a noi nei confronti del lavoro. Ci vogliono più servizi verso le persone e le famiglie da parte delle aziende, ma si deve anche permettere a queste ultime di poter lavorare sulla base di maggiore flessibilità, quindi ad esempio senza tabù da parte sindacale.

I frontalieri sembrano intanto aver fermato la loro ascesa, con gli effetti del nuovo accordo fiscale. Restano comunque strategici?

Ci siamo sempre espressi contro il nuovo accordo fiscale fra Svizzera e Italia sui lavoratori frontalieri perché sapevamo che ciò avrebbe aggravato ulteriormente la ricerca del personale necessario. La negativa curva demografica non fa che accentuare questa situazione. Il numero dei lavoratori frontalieri nell’industria è stabile: sono circa 16.000 persone su 29.000 lavoratrici e lavoratori, cioè più o meno la stessa proporzione degli anni Ottanta. La differenza sta nel fatto che oggi la maggior parte dei frontalieri impiegati ha già superato i 45 – 50 anni e dunque in prospettiva rischiamo di perdere definitivamente collaboratori indispensabili per l’industria ticinese. Lo stesso tessuto industriale rischia di ridimensionarsi nei prossimi decenni. Notiamo d’altra parte che sta aumentando la quota di lavoratori frontalieri che decide di trasferirsi a vivere in Svizzera. I numeri sono ancora piccoli ma la tendenza si consolida.

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