Italia-Svizzera: «Accordo fiscale positivo. Maggiore equità per tutti»

Intervista esclusiva L’Ambasciatrice Monika Schmutz Kirgöz a cominciare dai nuovi rapporti con i frontalieri. «Telelavoro, black list, scambi studenteschi e innovazione: le nostre relazioni bilaterali sempre più profonde»

Le relazioni bilaterali tra Svizzera e Italia erano già caratterizzate da radici salde. Ma il nuovo accordo fiscale sui frontalieri ha contribuito a un ulteriore miglioramento e può tracciare nuove strade. Ne parliamo con l’Ambasciatrice svizzera Monika Schmutz Kirgöz, profonda conoscitrice dell’Italia e con una forte attenzione a tematiche come l’innovazione.

Lei è Ambasciatrice della Svizzera in Italia dal 2021, ha attraversato i primi, delicati anni ancora segnati dalla pandemia e la ripresa: come ha vissuto questi due periodi così diversi, ma anche collegati? Perché oggi molta della vitalità e della voglia di riprendere spazi sembra anche una reazione dopo i tempi di lockdown in Italia e delle limitazioni in generale.

Sono arrivata a luglio 2021, quando ci si poteva già muovere all’interno dell’Italia e andare e avanti indietro dalla Svizzera. Tuttavia, c’era ancora pochissimo turismo e avevamo l’obbligo delle mascherine… adesso ci sembrano altri tempi, vero? Comunque le relazioni bilaterali, io le ho sempre qualificate come dell’iperattivismo postpandemico, perché dal momento in cui sono arrivata, gli svizzeri hanno ricominciato a viaggiare. Non intendo i turisti, ma i nostri parlamentari, il nostro esecutivo… venivano già nel 2021. Questa veloce ripresa delle visite istituzionali è in ogni caso una testimonianza di quanto siano profonde le nostre relazioni bilaterali, perché appena ci si poteva muovere, i nostri ministri venivano in Italia… a Roma, Napoli, Venezia. Quindi ho vissuto quei mesi con tanto di mascherine, ma come quasi normali.

In questo periodo è diventato realtà anche ciò che sembrava eternamente lontano: ovvero il nuovo accordo fiscale sui frontalieri. Come giudica questo risultato ottenuto anche con un lavoro di squadra tra i due Paesi?

Io lo giudico in modo assolutamente positivo, anche perché era dalla notte dei tempi che discutevamo di quest’accordo. E devo anche dire che questa Ambasciata ovviamente era molto coinvolta nel gestire tutti i lavori che hanno poi portato a questo risultato. Lei sa che questo nuovo accordo ha sostituito quello vecchio del 1974, migliora notevolmente l’imposizione dei frontalieri e contribuisce al mantenimento dei buoni rapporti tra i Paesi. Ci sono attualmente quasi 90mila frontalieri che attraversano quotidianamente il confine e di questi, circa 80mila vengono in Ticino. Gli altri vanno nei Grigioni e nel Vallese.

Come inciderà sulla vita dei frontalieri ma anche sulle aziende e sull’economia dei due Paesi?

Il nuovo accordo prevede l’imposizione sia in Svizzera sia in Italia per tutte le persone che sono considerate nuovi frontalieri. Questo accordo è entrato in vigore il 17 luglio 2023 e tutti coloro che hanno iniziato a lavorare a cavallo tra i due confini a partire da questa data, sono considerati nuovi frontalieri. La conseguenza per loro è che pagheranno le imposte sia in Svizzera (80% del carico abituale) sia in Italia. Tutto questo secondo le aliquote ordinarie con detrazione per quanto già pagato in Svizzera. Questo è importante, perché così l’Italia eliminerà la doppia imposizione. La nuova intesa garantisce altresì una maggiore equità fiscale. E’ difficile valutare al momento gli effetti sull’economia, anche perché bisogna considerare vari fattori. Una parziale diminuzione dell’attrattività del frontaliere però è probabile. Per i vecchi frontalieri, non cambierà nulla: continueranno a essere tassati in Svizzera e beneficeranno in questo modo del regime transitorio.

Quanto aiuterà questo risultato sull’accordo a migliorare ulteriormente la collaborazione tra Italia e Svizzera?

È importante sottolineare che nel corso dell’ultimo decennio le relazioni fiscali bilaterali hanno vissuto un miglioramento considerevole. Prima mi chiedeva del lockdown e ci si è resi conto allora dell’importanza della modalità di lavoro a distanza. Il telelavoro ha mostrato i suoi punti di forza. A novembre abbiamo firmato il protocollo di modifica dell’accordo dei frontalieri proprio per regolare questa tematica. Adesso il telelavoro per i frontalieri è possibile fino al 25%. È anche avvenuta la cancellazione della Svizzera dalla black list italiana del 1999. Era importante, anche perché è stato eliminato quell’onere aggiuntivo amministrativo per le persone residenti in Italia che desiderano trasferire il domicilio in Svizzera. Tutti questi sviluppi pongono delle solidissime basi anche per le nostre relazioni future. In tutto questo devo sempre sottolineare quanto profonde e amichevoli sono le nostre relazioni bilaterali.

A proposito di collaborazione, sappiamo che lei tiene particolarmente a ricerca e innovazione: anche su questo fronte si potrà crescere con maggiore slancio insieme? Nel panel che si è svolto a Milano, si è toccato il tema dell’esclusione dai programmi europei Horizon.

La Svizzera è riconosciuta come il Paese più innovativo al mondo da oltre 13 anni e ne andiamo molto fieri. A Milano la giovane dottoressa che ha creato un’impresa spinoff a Zurigo, ha insistito sulla necessità di far rientrare la Svizzera nei programmi. Le posso assicurare che ci stiamo lavorando. Ma se guardiamo attraverso le frontiere, ci sono comunque 6.300 studentesse e studenti italiani nelle nostre università, nonché nei due politecnici federali di Losanna e Zurigo. Quando nel 2022 il presidente Mattarella ha visitato la Svizzera e ha dedicato tempo al Politecnico federale di Zurigo, abbiamo riempito l’aula magna con professori, ricercatori, assistenti e studenti italiani e lì si vedeva come siamo interconnessi. Non dimentichiamo l’Università della Svizzera italiana e la Scuola Universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI)… le uniche due università in lingua italiana fuori dalla penisola. Anche di questo andiamo molto fieri.

Questo è l’anno, per l’Italia, del successo straordinario di un film come “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi, che tra l’altro sta avendo un certo successo anche in Svizzera. Altri film sono usciti con un’attenzione forte alle tematiche femminili. Quanto è cruciale oggi la collaborazione tra le donne e per le donne nei nostri Paesi?

Secondo me il film di Paola Cortellesi è un assoluto capolavoro. Il bello è anche che tutti i miei amici in Ticino l’hanno visto. Un film cruciale e importantissimo e mi fa un enorme piacere questo successo. Qualche anno fa avevamo un film con le stesse tematiche, di Petra Volpe, “L’ordine divino”. Era la storia delle donne svizzere che ottenevano i diritti politici finalmente nel 1971. Sono d’accordo con lei, le donne devono fare più squadra in ognuno dei nostri due Paesi e attraverso la frontiera. Se io conto 38 istituti di formazione superiori pubblici da noi, quasi la metà (14) è già diretta da donne. E tante sono italiane. Se pensiamo a Luisa Lambertini, rettrice dell’Usi, è italiana. Un altro aneddoto, quando la nostra viceministra per la ricerca e l’università ha incontrato la ministra Bernini, al tavolo c’erano solo donne. Anche in Italia la visibilità delle donne con ruoli pubblici è sempre di più, basti pensare alla prima ministra e alla capa dell’opposizione. Noi quest’anno abbiamo una presidente donna e mi auguro che verrà presto in Italia, così sarà un incontro al femminile. Tantissimo è cambiato e continuerà a cambiare. E sì, l’8 marzo dev’essere anche un momento di riflessione per le donne che non hanno ancora i diritti fondamentali.

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