«Oltre il dolore cronico» La tecnologia che cambia le cure

Salute. Ne soffre quasi un adulto su quattro. Al Sant’Anna gli esperti internazionali fanno il punto della situazione. Carlo Francesco Biundo, responsabile di Terapia del Dolore: «Importante costruire un percorso personalizzato»

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Il trattamento del dolore cronico deve prevedere un approccio multimodale. Oggi anche molti pazienti complessi possono beneficiare di percorsi terapeutici avanzati, in grado di migliorare dolore, funzione e qualità di vita. All’ospedale Sant’Anna si è recentemente tenuto il Congresso Nazionale Wip Italia 2026, dedicato proprio all’innovazione e alla terapia interventistica del dolore.

Ne abbiamo parlato con Carlo Francesco Biundo, responsabile scientifico del Congresso Nazionale Wip Italia 2026, insieme a Giuliano Lo Bianco, dottore e responsabile della Struttura Semplice di Terapia del Dolore di Asst Lariana.

Dottore, le stime riportano che in Italia circa 10 milioni di cittadini, quasi il 24% della popolazione adulta, soffre di dolore cronico. Ci aiuta a capire quando si parla di cronicità del dolore?

«Il dolore acuto è un campanello d’allarme in quanto protegge il corpo e tende a risolversi quando la causa viene curata. Il dolore cronico, invece, è diverso. Si definisce tale quando persiste o si ripresenta per più di tre-sei mesi, anche dopo che la lesione iniziale si è risolta. Il sistema nervoso può modificarsi e continuare a generare segnali dolorosi anche in assenza di un danno attivo, in sostanza il dolore smette di essere solo un sintomo e diventa esso stesso una malattia».

È vero che il dolore cronico è una delle principali cause di disabilità e di riduzione della qualità di vita?

«Sì, ed è un dato spesso sottovalutato. Limita il movimento, il sonno, l’autonomia, la vita lavorativa, le relazioni sociali e può accompagnarsi ad ansia e depressione. Non riguarda solo la schiena o le articolazioni: può essere neuropatico, post-chirurgico, oncologico o vascolare.

Nel paziente oncologico, ad esempio, il dolore è frequente non solo nelle fasi avanzate, ma anche nei cosiddetti long survivor, i lungo-sopravviventi che possono presentare dolore cronico come esito di chirurgia, radioterapia o chemioterapia».

Quando si parla di dolore cronico i farmaci sono sempre la prima scelta di trattamento?

«I farmaci possono essere importanti, ma raramente sono l’unica risposta. L’approccio corretto è multimodale: prima serve una diagnosi precisa del tipo di dolore (nocicettivo, neuropatico o misto) poi si costruisce un percorso personalizzato che può includere farmaci, infiltrazioni, radiofrequenza, riabilitazione, supporto psicologico e, in casi selezionati, neuromodulazione. In questa prospettiva si inserisce anche la Value-Based Healthcare, un modello che misura il valore delle cure non in base alle prestazioni erogate, ma agli esiti realmente ottenuti, ovvero riduzione del dolore, recupero funzionale, qualità di vita. L’obiettivo non è solo ridurre il dolore, ma recuperare funzione, sonno e autonomia».

Fortunatamente nell’ambito del trattamento del dolore cronico negli ultimi anni ci sono state importanti novità e proprio a Como recentemente si è fatto il punto con esperti internazionali. Perché è importante il confronto tra voi specialisti?

«Perché la terapia del dolore è una disciplina in rapida evoluzione e nessun centro può crescere da solo. In occasione del Congresso abbiamo riunito a Como circa 150 medici specialisti, con relatori italiani e internazionali e workshop pratici, in linea con gli standard formativi del World Institute of Pain. Per i pazienti del nostro territorio significa poter accedere a percorsi di cura aggiornati e allineati agli standard internazionali».

Quali gli obiettivi?

«Uno degli obiettivi del Congresso è stato investire sulla formazione pratica dei professionisti. Accanto alle sessioni scientifiche, sono stati organizzati corsi dedicati alle procedure interventistiche eco-guidate e fluoroscopia-guidate, competenze propedeutiche ai percorsi internazionali. La Terapia del Dolore non è solo visita, diagnosi e terapia farmacologica, è anche un patrimonio di procedure avanzate: blocchi nervosi, radiofrequenza, crioanalgesia, neuromodulazione, tecniche vertebrali e intratecali. Si tratta di competenze che definiscono il ruolo moderno dell’Interventional Pain Physician. Formare gli specialisti significa aumentare sicurezza, appropriatezza e qualità delle cure».

Parlando delle novità c’è grande interesse per la neuromodulazione midollare, di che cosa si tratta?

«Consiste nell’impianto di piccoli elettrodi che inviano impulsi elettrici al sistema nervoso, interferendo con la trasmissione dei segnali dolorosi verso il cervello.

La tecnica più consolidata è la stimolazione del midollo spinale, o Scs: non elimina la causa anatomica del dolore, ma modifica il modo in cui viene percepito. Negli ultimi anni si sono sviluppate forme di stimolazione sempre più sofisticate, alcune percepite dal paziente, altre senza formicolio, con programmi sempre più personalizzati».

A quali pazienti è destinata?

«A pazienti selezionati, dopo una valutazione specialistica accurata: dolore neuropatico cronico, dolore persistente dopo chirurgia della colonna, alcune radicolopatie, dolore ischemico in pazienti con arteriopatia periferica grave e, in casi specifici, condizioni dolorose molto localizzate. Non è una terapia di prima linea né adatta a tutti. Prima dell’impianto bisogna confermare la diagnosi, verificare che le terapie conservative siano state adeguate e valutare aspettative e fragilità del paziente».

E per quanto riguarda i dispositivi, quali sono le novità?

«Oggi disponiamo di sistemi con diverse forme d’onda e programmi adattabili, che permettono un controllo più fine della stimolazione. Accanto alla stimolazione midollare si sono affermate tecniche più mirate come la stimolazione del ganglio della radice dorsale, o DRG, utile per dolori molto localizzati a piede, inguine o ginocchio, e la stimolazione dei nervi periferici, o PNS, indicata quando il bersaglio nervoso è ben identificabile. Stanno emergendo anche i sistemi a circuito chiuso, i closed-loop, capaci di registrare la risposta del sistema nervoso e adattare di conseguenza la stimolazione. Si passa così da una terapia standard a una calibrata sul singolo paziente».

Cosa dicono le evidenze scientifiche su queste tipologie di trattamenti?

«Nei pazienti correttamente selezionati, la neuromodulazione può ridurre in modo significativo il dolore e migliorare funzione e qualità di vita. Prima dell’impianto definitivo si esegue una fase di prova, posizionando temporaneamente gli elettrodi: si considera positiva una riduzione del dolore pari o superiore al 50%, associata a un miglioramento funzionale. I dati più recenti confermano risultati incoraggianti quando l’indicazione è corretta e il paziente è seguito in un percorso multidisciplinare. Nel dolore vascolare da arteriopatia periferica grave, la neuromodulazione può rappresentare una possibilità terapeutica anche in pazienti fragili».

Un messaggio per i pazienti con dolore cronico che non hanno ancora trovato una soluzione?

«Il messaggio è di non rassegnarsi. Molti pazienti arrivano alla Terapia del Dolore dopo anni di tentativi, convinti che non ci sia più nulla da fare. Nella grande maggioranza dei casi non è così: può esistere un percorso anche quando una terapia ha fallito o ha smesso di funzionare.

Serve una valutazione specialistica, perché non tutti i dolori sono uguali e non tutte le terapie sono adatte a tutti. Il nostro servizio è presente a Como, San Fermo della Battaglia e Cantù: il primo passo è inquadrare correttamente il problema e costruire una strategia realistica e personalizzata».

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